Clienti come amici

Il periodo di Natale è dedicato alla nascita. Un simbolo di inizio con una forza strepitosa. La vita che ricomincia. Là sotto la terra il seme matura. E non è un caso che si festeggi intorno all’equinozio d’inverno.
Io che in inverno sono nata sento profondamente la forza di questa metafora. Perciò Natale mi è sempre piaciuto, in particolare il fatto di scambiarsi auguri e doni.
Mentre per i primi è di rigore la restituzione, per un vero dono , penso, non dovrebbe esserci nessuna aspettativa di reciprocità: è un atto di gentilezza, d’affetto, d’amore per l’altro.
Quando posso donare sono contenta e se il mio dono rende felice un’altra persona, lo sono doppiamente.

il libro
il libro

Per questo Natale nella mia galleria i clienti avranno una piccola sorpresa, un libro in dono. Una pubblicazione che parla di un eccellente artista mantovano che mi è caro: Sergio Sermidi. Edito da IL RIO ARTE, sostenuto in parte anche da 1 Stile, il libro raccoglie gli scritti critici di grandi firme dal 1967 al 2013. Questo grande lavoro di riordino è stato curato da Michaela, una delle figlie di Sergio. Mi fa piacere sia presente anche un’intervista che feci all’artista nel 2010 che testimonia l’attenzione e la stima al pittore che fu esposto in seguito, postumo, alla Galleria 1 Stile in una mostra  del 2013 con opere su carta. Mostra coeva a quella più importante della Casa del Mantegna.

 Sergio Sermidi ritratto da Mara Pasetti
Sergio Sermidi ritratto da Mara Pasetti

Tra i protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento e dei primi anni Duemila, Sergio Sermidi è senza dubbio una delle figure di riferimento della pittura mantovana degli ultimi cinquant’anni.
Questo libro raccoglie, ordinandoli cronologicamente, i testi scritti per il maestro dalle prime note degli anni Sessanta fino alle ultime riflessioni composte dopo la sua scomparsa.”
Un’antologia di testimonianze dove il colore così amato dall’artista viene per una volta affidato al timbro delle parole!

 Sergio Sermidi, Tecnica mista su carta, collezione privata
Sergio Sermidi, Tecnica mista su carta, collezione privata
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Un lusso necessario!

di Mara Pasetti

Agnolo Bronzino, Eleonora da Toledo De Medici col figlio, metà XVI sec.
Agnolo Bronzino, Eleonora da Toledo De Medici col figlio, metà XVI sec.

Alla domanda “A che serve un artista?” lo scultore César rispondeva “A niente, come i fiori”. Così è anche per il lusso. Superfluo ed essenziale!
Ora Palazzo della Ragione, da oggi al 26 aprile, gli apre le porte con la mostra Splendore ritrovato.La manifestazione, voluta da Riccardo Braglia, è sostenuta da Comune di Mantova, Corneliani, Invito a corte Italy e il curatore Fausto Fornasari racconta con entusiasmo di un progetto molto più ampio: questa è solo un’anteprima. Lo splendore di cui si parla è quello delle corti tra XV e XVII secolo, quando gli artisti ritraevano i principi con grande attenzione ai particolari del loro prezioso abbigliamento. E’ da qui che prende le mosse un rigoroso studio filologico: l’opera antica viene studiata fino a poter riprodurre il disegno del tessuto. Artisti come Pisanello, Bronzino, Tiziano hanno fornito la…materia

La mostra Splendore Ritrovato, particolari
La mostra Splendore Ritrovato, particolari

prima. Telai costruiti ad hoc hanno permesso la produzione di stoffe di cui si era perso il procedimento artigianale. Elaborati complessi, lunghi e dunque costosissimi resi possibili dal mecenatismo di aziende tessili di Milano e Como che hanno creduto in questo progetto. E che non si parli di costumi ché sarebbe improprio: frutto di molte competenze diverse il risultato da oggi è offerto ai nostri occhi in un’ambientazione sofisticata che restituisce l’impressione di trovarsi alla mensa del principe allestita con tovaglie sontuose intessute in filo grosso d’oro sullo sfondo di altrettanto splendide spalere.

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Isabella d’Este Gonzaga, ritratto di collezionista.

di Mara Pasetti

Presunto busto di Isabella d'Este attr. a Gian Cristoforo Romano, Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza
Presunto busto di Isabella d’Este attr. a Gian Cristoforo Romano, Lugano, coll. Thyssen-Bornemisza

Dall’incontro tra una giovane casa editrice mantovana IL RIO e un noto critico d’arte Riccardo Braglia nasce un piccolo libro dedicato al collezionismo di Isabella d’Este. Libro arguto, senza piaggeria, che rende in modo esaustivo un’epoca, un ambiente cortigiano e, soprattutto, il ritratto di una donna eccezionale nel bene e nel male.

copertina del libro
copertina del libro

Isabella d’Este ( 1474-1539 ) in  “ La grotta delle meraviglie” è descritta mirabilmente nei suoi rapporti con artisti ed antiquari cui chiedeva continuamente opere da aggiungere alla sua straordinaria collezione di antichità.

Faustina Seniore, II sec. d.C, Mantova, Palazzo Ducale
Faustina Seniore, II sec. d.C, Mantova, Palazzo Ducale

Anticipatrice di mode, non si faceva scrupolo di imporre ai migliori artisti dell’epoca (Lorenzo Costa il vecchio, Pietro Perugino, Andrea Mantegna, Antonio Allegri) lunghe e dettagliate indicazioni che a volte la rendevano francamente fastidiosa. Il risultato comunque fu un insieme di stanze in Corte Vecchia di Palazzo Ducale e una raccolta di dipinti e objets de vertu  da far invidia a principi ben più blasonati di lei che dovette sopperire alle limitate disponibilità auree con il fiuto infallibile e una incredibile tenacia.

Lorenzo Leombruno, Sala della Scalcheria, appartamento Corte Vecchia di Palazzo Ducale, Mantova
Lorenzo Leombruno, Sala della Scalcheria, appartamento Corte Vecchia di Palazzo Ducale, Mantova

 

 

Braglia rievoca con abilità episodi, umori, ritratti che delineano la corte di una principessa che precorse i tempi aprendo al grande collezionismo rinascimentale ché “ lo insaciabile desiderio de cose antique” la porterà ad essere unanimemente riconosciuta, in questo campo e non solo, come la primadonna del Rinascimento europeo.

 

Apparati al libro, per nulla scontati, sono l’inventario del notaio Stivini delle collezioni della marchesa redatto nel 1542 e un utile glossario delle voci desuete o dialettali che lo compongono.

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Ritratti di Ritratti di Roberto Soggia

di Mara Pasetti

La storia, e non fa eccezione quella dell’arte, è fatta di incontri. Accade così che un museo per molti anni spento si illumini a poco a poco fino a risplendere perché di lui si prendono cura le persone giuste. E anzi esso stesso è il luogo fortunato dell’incontro di personalità affini per sensibilità, gusti, storia personale. Parlo del Museo Diocesano Francesco Gonzaga di Mantova che da qualche anno rivive perché persone come il curatore mons. Roberto Brunelli  coadiuvato dal prof. Gian Maria Erbesato, studioso di fama, hanno trovato tra gli oggetti qui custoditi uno scopo: mettere a disposizione le loro competenze di storici dell’arte e la loro raffinata scrittura per creare un polo espositivo che sposa ogni giorno l’antico con il contemporaneo. A ricordarci  che sempre l’uno ha bisogno dell’altro.

ritratto di giovane
ritratto di giovane

Un giorno arriva in questo museo un architetto romano, formatosi negli anni ’70 negli ambienti delle importanti gallerie d’arte moderna capitoline. Trasferitosi a Mantova alcuni decenni fa, Roberto Soggia ha lavorato fino alla pensione come funzionario della Soprintendenza per i Beni storici e artistici.

Poteva restare estraneo al Museo Diocesano cui lo legano interessi e formazione? E’ naturale che abbia scelto questi spazi per una piccola imperdibile mostra di scatti che risalgono al 2003. Sono ritratti di ritratti di uomini e donne di elevata classe sociale scolpiti duemila anni fa. Ma è un dettaglio il tempo.

ritratto d'uomo
ritratto d’uomo

Mi ha affascinato ascoltare di lui che si aggirava tra i marmi nel suo giro mattutino nei depositi di Palazzo Ducale, osservare la sua gente antica. Lo immagino nel silenzio ascoltare le storie che il passato sa raccontare a chi ha una sensibilità affinata dall’attenzione. Giorno dopo giorno seleziona volti, sonda verità e prende forma l’idea di trasformare sensazioni in fotografie. Quando Roberto parla di quegli scatti ricorda il desiderio di immergerli in un’atmosfera sfocata, quasi

a toglierli dalla fredda realtà museale per restituire loro una storia.

Con rara coerenza ora queste fotografie, generosamente donate dall’autore al museo, sono poste in vendita (fino al 23 novembre) per restituire vita a questi volti attraverso i nostri sguardi:uomini e donne che tornano nel mondo, entrano in case contemporanee e ci offrono le loro speranze giovanili, la loro determinazione o, a volte, uno struggente rimpianto.

Ritratto d'uomo
Ritratto d’uomo
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Ornarsi di capolavori, con Barbara Del Rio

di Mara Pasetti

Barbara Del Rio non ha mai avuto dubbi sulla sua vocazione professionale e, coerentemente, ha scelto un percorso lineare, negli studi e nella formazione pratica. Affascinata dalle opere di arte orafa, ha eletto Firenze per il suo percorso nel design della moda.

paroure del Seminatore
paroure del Seminatore

 

 

 

Come un’ape operosa, la giovane creativa bolognese formula progetti osservando le opere di grandi artisti, prende appunti con schizzi veloci e poi passa in rassegna le stoffe, i colori, le gemme, fino a quando non è soddisfatta del risultato dei suoi esperimenti visivi.

 

Collana dei Girasoli
Collana dei Girasoli

Per la mostra In painting ha saputo interpretare Van Gogh col cuore, Chagall con la sua parte bambina, Mirò con lo studio del colore. Con lei ho visitato musei e collezioni e mi ha colpito la sua capacità di attenzione: il suo sguardo è in grado di catturare i particolari più minuti e di ritrovarli poi in un tratto, una sfumatura, un materiale o un accostamento.

 

collana de L'acrobata
ispirata a L’acrobata di Chagall

Ecco un sole prendere forma da una seta irraggiata di schegge di vetro ricamato che ci parla di un tramonto su un campo seminato d’autunno; una notte stellata che si snoda in un plissé dipinto nelle sfumature di un blu profondo percorso da lucenti ricami. Nelle sue creazioni sono i particolari di un’opera di solito trascurati che conquistano la scena da protagonisti.

 

La stoffa viene lavorata, ricamata, decorata o dipinta come una miniatura con piccoli, sapienti, pazienti gesti che hanno il sapore delle cose antiche. E sorprende la capacità di tradurre le emozioni dell’artista in un elemento destinato all’ornamento femminile: così fragile, eppure veicolo di un messaggio profondo.

collana della Notte stellata
collana della Notte stellata di Van Gogh

 

I bijoux di Barbara sono in edizione limitata perché una creazione manuale non è mai perfettamente riproducibile. Soprattutto non lo è il sentimento di meraviglia che genera. La donna che li indossa è attenta alle cose e non va di corsa. Sa assaporare un buon vino e restare rapita da un tramonto. Ama perdersi tra le calli più strette di Venezia e cercare nei ricordi l’impronta di un odore amato. Si addormenta tra lenzuola pastello e raccoglie i gatti soli. E quelle che non si riconoscono in questa creatura romantica? Beh, Barbara Del Rio ha ventotto anni ed ha appena cominciato a sorprenderci!

ispirata all'uccello meraviglioso di Mirò
ispirata all’uccello meraviglioso di Mirò

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Chagall, Van Gogh e Segantini: tre buone ragioni per andare a Milano

di Mara Pasetti

Un pomeriggio di lunedì, alle 13,30 c’è già un po’ di coda per visitare le mostre di Chagall e VanGogh: un’ora dopo, all’apertura, si sarà allungata a perdita d’occhio.

Il catalogo di Chagall
Il catalogo di Chagall

Scelgo di vedere per primo Marc Chagall, un gigante della pittura del XX secolo, russo d’origine, che visse per lunghi periodi in Francia, di cui si celebra una grandiosa retrospettiva, la prima in Italia. 220 opere, qualcuna anche inedita, prestate da privati e collezioni di tutto il mondo, documentano un periodo artistico lunghissimo, dal 1908 al 1985.

E’ un tripudio di colore e l’espressione di un’anima innamorata della terra russa. Il sentimento poetico va di pari passo con una realtà reinventata che ci apre al sorriso e allo stupore: e chissà quanto lo furono i suoi contemporanei!

La presenza dell’amata moglie Bella è palpabile nel fremito gioioso di molte opere che osservo con occhi incantati.

Passare da una pittura visionaria che sembra una musica ai contadini di Vincent van Gogh della mostra lì accanto, potrebbe essere un’esperienza traumatica. Invece l’allestimento espositivo, con un che di drammatico nel suo richiamo alla natura, che pare svilupparsi in una grotta e ci rimanda alla nostra parte più profonda, è talmente contrastante da costituire un forte distacco emotivo. E funziona. Pareti grigio fango e pavimento beige sono di un materiale ruvido vicino alla juta. Pannelli piegati in morbide onde costringono le ombre dei quadri, prodotte da piccole luci posizionate in basso, in un disegno obliquo di indubbio fascino.

Il catalogo Van Gogh
Il catalogo Van Gogh

 

Applaudo a questo allestimento di Kengo Kuma, pensato per prepararci a Expo, che sottolinea l’amore e l’attenzione che l’ artista olandese riservava alla terra, al lavoro nei campi, ai volti semplici dei contadini e degli amici. Disegni e oli senza quel colore sconvolgente e straordinario a cui il genio di Van Gogh ci ha assuefatto. Una mostra raffinatissima dunque e colta che ci allontana da idee preconcette sull’artista più noto per farci riscoprire una parte più…in ombra appunto!

E ci consegna alla terza straordinaria mostra , quella del suo coetaneo  Giovanni Segantini. Che chiude un immaginario triangolo rovesciato su Milano dopo aver collegato i vertici di Russia e Olanda/Francia.

Qui sentiamo che la fantasia si placa e il colore riprende respiro! Bellissima e ricca esposizione ( se un appunto si deve fare, se no si rasenta la perfezione, mi sarebbe piaciuto vedere ancora un po’ di Van Gogh, anche se cinquanta opere non sono poche!) che parla di un artista poco conosciuto per i suoi straordinari disegni  e celebre per la luminosità dei suoi dipinti. Eppure i primi preparavano i secondi ( un po’ come nel menu della mia amica Raffaella ) : così simili eppure così diversi senza l’impronta del colore che in Segantini pare fatto di luce. Una scoperta che da sola vale un viaggio.

Catalogo Segantini
Catalogo Segantini

Invece per entrare lì  non ho fatto nemmeno un minuto di coda.

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Da Caravaggio a Mustafa Sabbagh passando per Vittorio Sgarbi

di Mara Pasetti

Il punto di vista del cavallo: solo a Vittorio Sgarbi poteva venire in mente di rovesciare la prospettiva attraverso un titolo. Perché? Suppongo per la sua capacità empatica di immedesimarsi nell’artista. In questo caso parliamo di Michelangelo Merisi, più noto come Caravaggio, dal toponimo di nascita. Un gigante. Per la forza rivoluzionaria della sua pittura, per la continua ricerca di inedito, per una visione della realtà più vera del vero. Sono molti gli aspetti che apparentano critico e criticato, se così si può dire, ché Sgarbi mostra di amare incondizionatamente il Merisi.

Copertina del libro
Copertina del libro

In cui si specchia, come lui consapevole di se stesso, contro tutti, sperimentatore, sensibile alla bellezza tanto da trasformare anche gli aspetti sgradevoli della realtà in icone estetiche, imitato e invidiato, in una parola vitale. E’ un libriccino che ha il formato dei libri d’ore, ne ha la preziosità nella scelta delle immagini, della carta, delle parole.

Avevo ascoltato recentemente Vittorio Sgarbi a Mantova a Palazzo della Ragione e l’ho ritrovato in queste pagine: concreto e visionario come sono tutti i padani!

Lo spazio Bernardelli a Mantova
Lo spazio Bernardelli a Mantova

Non è certo tale, anche se ha scelto di vivere a Ferrara, un celebre e geniale fotografo di cui ho visitato di recente la mostra in un luogo dismesso e affascinante nel cuore di Mantova: Mustafa Sabbagh. La tentazione di accostarlo a Caravaggio è forte: d’altra parte dell’artista si dice che avesse uno sguardo “fotografico”! Invece gli scuri di Sabbagh hanno qualcosa di pittorico, le luci, artificiali, perdono la morbida naturalezza dei dipinti lombardi per essere testimoni del loro tempo. Operazione concettuale, impossibile da immaginare senza la rivoluzione operata secoli prima sull’osservazione della realtà da Caravaggio. E’ la dimostrazione che a salire sulle spalle di un gigante si vede lontano!

Hyperesthesia, la mostra
Hyperesthesia, la mostra

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Federica Aiello Pini e l’amore

di Mara Pasetti

Ritratto Federica Aiello Pini
Ritratto di Federica Aiello Pini

Se c’è una cosa di cui essere certi davanti ai dipinti di Federica Aiello Pini è il suo talento.

La giovane artista mantovana unisce alla fluidità del gesto in arte una naturale predisposizione al garbo che conquista chi ha la fortuna di conoscerla. Non stupisce la sua scelta di intitolare questa mostra Falling in love, innamorarsi. Amore come ricchezza interiore, profondità di sentimenti e anche come passione espressa in un abbraccio, un bacio, un corpo nudo.

Federica, di natura riservata, si pone in relazione con noi attraverso le sue scelte espressive. Ci invita all’osservazione, anche interiore, tracciando un disegno istintivo, stendendo un colore che non copre, intensifica. Una pittura che definire astratta sarebbe improprio, poiché non lo è mai completamente.

 

Federica Aiello Pini,Riso-abbraccio,2013 acrilico su tela
Riso-abbraccio,2013 acrilico su tela

La tavolozza dominante in questa mostra punta sui toni caldi, ben bilanciati da macchie di grigio. A suggerire, evocare. Come nel caso de “ il nostro quinto inverno” dove un’atmosfera brumosa è “scaldata “ da piccoli luminosi tocchi quasi madreperlati e, soprattutto, dall’abbraccio fra i due amanti. Che sono fatti dell’aria stessa che li circonda.

 

Federica Aiello Pini, Il nostro quinto inverno, 2014, grafite su cartone, 10x10 cm
Il nostro quinto inverno, 2014, grafite su cartone

 

 

 

 

 

 

 

Straordinaria poi l’invenzione di Falling in love, il quadro che dà il titolo alla mostra.

Protagonista, del dipinto (e della mostra intera) è la mano: che accoglie, accarezza, definisce i contorni di un abbraccio, delimita lo spazio e ci ricorda l’importanza del gesto per quest’artista.

Federica Aiello Pini, Falling in love,
Falling in love, 2013, acrilico su tavola

 

 

 

Federica Aiello Pini regala al pubblico performances all’aperto in cui dipinge accompagnata da musica eseguita dal vivo. E’ in questi live painting che utilizza la mano e il corpo per stendere il colore sul grande foglio di carta che, sotto gli occhi degli astanti, si trasforma e accoglie l’immagine di un albero, metafora del legame tra la terra e il cielo. Lei esegue gesti eleganti, si muove quasi in una danza rituale, dimentica degli spettatori con cui tuttavia entra in relazione profonda: perché il live painting si basa sulla fiducia tra l’artista e il suo pubblico. E’ soprattutto un atto d’amore!

Per visualizzare il video:

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e per un interessante approfondimento tematico consiglio:

http://www.didatticarte.it/Blog/?p=3410&lang=it

 

Federica Aiello Pini,Locandina della mostra
Locandina della mostra
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Stefania Pennacchio, scultrice contemporanea con uno sguardo antico.

 

Concludo il mio viaggio in terra calabra con la partecipazione, il 9 di agosto, al vernissage della mostra “TerraOmnia-Le vie sacre dell’acqua”, la nuova personale della scultrice Stefania Pennacchio a cura di Philippe Daverio, nell’allestimento dell’art projects Federica Morandi.

Il vernissage della mostra
Il vernissage della mostra

La mostra, ospitata negli spazi del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, si protrarrà fino al 6 settembre 2014                                            ( http://www.archeocalabria.beniculturali.it/, dal lunedì alla domenica dalle ore 9 alle 20 ad ingresso gratuito)  e nasce da un’idea di Philippe Daverio sviluppata presso la facoltà di Architettura dell’Università di Palermo, dove insegna. Egli osserva che il Meridione ha la più alta concentrazione di beni culturali del Mediterraneo. Da qui lo slogan coniato con i suoi studenti: invece di parlare di terronia, si parli di TerraOmnia, ovvero terra di tutti.

Sculture e installazioni di Stefania Pennacchio
Sculture e installazioni di Stefania Pennacchio

 

 

 

 

 

 

Il progetto dunque vuole valorizzare il patrimonio artistico, coltivare le eccellenze, promuovere i talentuosi artisti del Sud. E Stefania Pennacchio, seppur residente da anni a Milano dove opera, è una figlia del sud, dove ha compiuto la sua formazione professionale e dove torna periodicamente per mettere il suo spirito creativo in contatto con gli elementi simbolici arcaici della sua terra che nutrono la sua ispirazione.

 

Stefania Pennacchio presenta la performance teatrale,in primo piano Federica Morandi
Stefania Pennacchio presenta la performance teatrale, in primo piano Federica Morandi

 

 

La memoria della cultura magnogreca  è racchiusa nelle sculture e installazioni selezionate per questa coinvolgente mostra che rievoca le vie del mare in cui  le antiche civiltà si sono incontrate. Cultura che esalta la figura femminile, i bagni rituali che rappresentavano nei ninfei il rito di passaggio dalla fanciullezza all’età fertile.

Scultura in ceramica e metallo
Scultura in ceramica e metallo

 

 

 

 

La ricerca di Stefania Pennacchio si avvale di approfondimenti culturali, ma anche di materie rigorosamente locali: la terra creta che utilizza porta in sé la memoria di un passato antichissimo, che la maestria delle sue mani plasmano e l’acqua e il fuoco trasformano per dare forma estetica moderna ad un sentire antico. Come direbbe il suo mentore Philippe Daverio : per vedere ciò che è sotto i nostri occhi dobbiamo guardare lontano!

 

La proiezione del video
La proiezione del video

 

 

 

 

 

Durante il vernissage, curato da Federica Morandi, il pubblico ha potuto assistere anche alla proiezione di un video dal titolo “Dono è il mio nome”e ad una suggestiva performance teatrale, Arché e logos: sinestesia indotta su testi di Stefania Pennacchio e Carla Sanguineti.

 

L'emozione del teatro greco
L’emozione del teatro greco

 

Le attrici Renata Falcone, Maria Marino e Maria Gurnari, accompagnate da Alessia Leuzzo alle percussioni e Natale Vadalà al flauto e clarinetto, hanno saputo ricreare le atmosfere del teatro antico e per qualche momento ci siamo sentiti trascinare indietro nel tempo: a pochi metri da noi i Bronzi di Riace

 

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Bene o male purchè se ne parli : i Bronzi di Riace nell’interpretazione di Gerald Bruneau

 ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about ” ( attr. a Oscar Wilde)  
L'atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia
L’atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia

Fin dal 1882 il soprintendente Paolo Orsi intendeva riunire in un unico Museo Civico i reperti archeologici frutto delle campagne di scavo che aveva diretto in Calabria. A questo scopo, in epoca fascista, il celebre architetto Marcello Piacentini realizzò uno dei primi musei italiani interamente dedicati all’esposizione, progettandone gli arredi e curando particolarmente le sezioni museali, scandendo il percorso con porte a vetri imponenti. Da allora il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha subito varie trasformazioni anche per accogliere, dopo il loro rinvenimento nel 1972, i suoi reperti più famosi: i Bronzi di Riace.

La sala che ospita i Bronzi
La sala che ospita i Bronzi

La sala che ospita i Bronzi ( cui si accede dopo una sosta di qualche minuto in una stanza di “filtraggio”) è climatizzata per evitare fenomeni di corrosione e le statue sono ancorate a basi antisismiche. I Bronzi furono scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, appassionato subacqueo, a 200 m. dalla costa di Riace Marina e a 8 m. di profondità. Gli studi del fondale marino che seguirono la scoperta ipotizzarono che, a causa di un naufragio, le pesanti statue fossero colate a picco. Oppure che fossero state scaricate dalla nave volontariamente per salvarla durante una tempesta.

Le due statue bronzee misurano circa due metri ciascuna e, in origine, portavano scudo, elmo di tipo corinzio e lancia da oplita.  Una lavorazione straordinaria evidenzia i riccioli di barbe e capelli e le vene di mani e piedi in rilievo. Gli occhi, realizzati in un caso in avorio e pietre preziose (perdute), nell’altro in marmo, presentano ciglia in lamina bronzea. La statua A ha labbra in rame e cinque denti superiori modellati in lamina d’argento. Entrambe le sculture poi hanno i capezzoli, lavorati a parte ed applicati tramite battitura a martello, di colore rosa perché realizzati in una particolare lega di stagno.

La statua A portava in origine un elmo corinzio, collocato in posizione rialzata sulla fronte  affinché si vedesse il volto, altrimenti coperto. L’effetto realistico dei capelli, fusi uno ad uno, che si intravedevano da sotto l’elmo doveva in effetti essere notevole. Il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio, la cosiddetta kynê: il segno che contraddistingueva lo stratega, il comandante di un’armata.

La statua B
La statua B

L’interesse suscitato dal loro ritrovamento le ha rese due icone che hanno suscitato l’interesse di studiosi di fama internazionale. Tuttavia ad oggi nessuna certezza è stata raggiunta circa il periodo preciso in cui sono state realizzate, l’autore ( sono stati attribuiti a Fidia, Policleto, Pitagora di Reggio…) e l’ area geografica di provenienza. Possiamo ipotizzare che si tratti di eroi divinizzati, che siano stati fusi nel bronzo intorno al v sec a. C. (prima il bronzo A e qualche decennio dopo il bronzo B) in Grecia o Magna Grecia e che, all’epoca del naufragio in mare, avessero già subito restauri di epoca romana. Opere pregevolissime, anche considerando la preziosità del bronzo, che impegnarono nella loro realizzazione un artista per un anno e più. I piedestalli, i tenoni in piombo alla base dei piedi con cui sono state rinvenute, indicano che in origine erano fissate su basamenti ed dunque erano esposte al pubblico.

La statua A
La statua A

Proprio analizzando la terra estratta dai fori sotto i piedi si è scoperto che una proveniva da Atene, l’altra dalla pianura di Argo e che le sculture furono realizzate con la fusione diretta, un metodo rischioso poiché non consentiva ripensamenti.

Un’ipotesi molto suggestiva vuole che le statue rappresentino due eroi protagonisti della mitica spedizione della città di Argo contro Tebe: Tideo e Anfiarao. Certo, nella loro nudità eroica, mostrano uno un atteggiamento del volto più “aggressivo”, l’altro più emotivo. Volutamente somiglianti tra loro, sembrano perciò appartenere ad un unico gruppo scultoreo.

Ultimamente si sta parlando molto dei Bronzi di Riace. Lo ha fatto Vittorio Sgarbi, auspicando che vengano trasferiti a Milano per l’Expo 2015 e non si placano le polemiche sugli scatti audaci realizzati al museo qualche mese fa dal celebre fotografo francese Gerald Bruneau e ora resi noti da Dagospia.com. Celebre ed eclettico artista, cresciuto alla Factory di Andy Warhol negli anni Sessanta, dotato di una curiosità insaziabile, egli si è trovato nelle situazioni più rischiose per realizzare reportages di guerra e documentare il disagio sociale.

Fotografia di Bruneau
Fotografia di Bruneau

Artista eclettico, musicista, ballerino, attore, ha conosciuto e ritratto personaggi celebri in tutto il mondo. Vive tra l’America, la Francia e l’Italia dove ha realizzato la fotografia di Paolina Borghese del Canova avvolta in veli rossi. E’da questo scatto che prende le mosse l’idea di fotografare in modo analogo i Bronzi. Ma poi la fantasia di Bruneau, in corso d’opera, gli suggerisce una provocazione: travestire le sculture da drag queen. Il suo intento, spiega, è quello di sensibilizzare il pubblico, in un territorio che egli percepisce come omofobo ( si veda in proposito l’intervista rilasciata a Mario Meliadò http://mariomeliado.wordpress.com/).

E’ Bruneau che spiega: I Bronzi sono molto belli, rappresentano un’idea di bellezza classica e sono anche loro una icona gay. Io sono molto attento ai diritti civili e per la causa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E’ venuta così l’idea di trasformarli in spose moderne” (tratto da http://ildispaccio.it/primo-piano/51894-parla-gerald-bruneau-con-boa-e-tanga-bronzi-strappati-a-ergastolo-museale)

L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’operazione nata in origine per promuove la Calabria, sfuggita, pare, al controllo della Soprintendenza locale, ha fatto il giro del mondo e diviso i cittadini di Reggio Calabria tra innocentisti e fortemente indignati, i più.

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica, ma proprio in questi giorni sono ospite di questa magnifica terra, ho fatto visita al museo nel suo nuovo allestimento e sento il bisogno, come storico dell’arte, di un approfondimento del tema.

"La Gioconda che fuma la pipa" di Bataille
“La Gioconda che fuma la pipa” di Bataille

Bisogna riandare col pensiero al 1883 quando Eugène Bataille realizzò “Monna Lisa che fuma la pipa”: sarà a quest’opera che si ispirò nel 1919 un altro artista francese, il dadaista Marcel Duchamp per il suo ready-made “L.H.O.O.Q”, titolo-gioco di parole che pronunciato in francese dà origine a Elle a chaud au cul ( lei ha caldo al culo, lei è eccitata ). In questo caso la Gioconda, protagonista del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, con baffi e pizzetto, rappresenta una dissacrazione nei confronti di un’icona dell’arte: con la sua operazione l’artista vuole spogliarla di quell’aura di sacralità che la caratterizza da sempre.

La Gioconda di Duchamp
La Gioconda di Duchamp

 

Come vedete, gli antecedenti illustri non mancano!Compito dell’arte è sempre stato e sempre sarà stimolare l’attenzione e le emozioni di chi la guarda.

Per questo vi invito ad esprimere, in questo spazio, le impressioni, le riflessioni e i sentimenti che suscitano in voi le fotografie dei Bronzi realizzate da  Gerald Bruneau!

Mara Pasetti

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