Silvia Camporesi: come nasce la fotografia d’autore

 

Silvia Camporesi
Silvia Camporesi

Nella tradizione babilonese Oannes, annunciatore della saggezza divina, in forma di pesce, usciva ogni giorno dal mare (come fa il sole) per elargire alle persone gli insegnamenti divini. In moltissime civiltà il pesce simbolizza trasformazione e rinascita!

Silvia Camporesi, segno dei Pesci, è senz’altro un’insegnante di valore poiché istruisce i suoi allievi alla creatività e trasmette loro competenze importanti.Il 31 gennaio e il 1 febbraio sarà a Mantova presso la home gallery 1 Stile per un corso di fotografia dal titolo FARE ARTE in cui verrà esplorata la molteplicità degli stimoli che porta ciascuno a scegliere i temi da sviluppare più vicini alla propria sensibilità. Questo approccio creativo poteva non interessare a questa galleria d’arte che pone sempre l’accento sull’unicità dello stile di ognuno?

kirigami ATLAS ITALIAE
kirigami ATLAS ITALIAE

Silvia esplora incessantemente nel suo lavoro le possibilità espressive di ogni fotografia convinta che possa contenere informazioni che travalicano il visibile. Così per esempio, aggiunge tridimensionalità all’opera per sottolineare particolari su cui vuole attirare la nostra attenzione. E per farlo si serve di una tecnica di taglio e piegatura della carta appresa in Giappone, il kirigami. Soprattutto se ne serve su soggetti fatiscenti, dove apparentemente non si svolge una storia. Negli ultimi anni la figura umana è scomparsa dai suoi lavori, sostituita dalle immagini di luoghi abbandonati . Stampate in bianco e nero, le fotografie vengono poi colorate a mano da Camporesi che in questo modo cerca di restituire simbolicamente ai luoghi l’identità persa con la vita che si è interrotta.

L’artista romagnola può vantare la partecipazione a mostre internazionali e molti premi importanti.

 

Planasia, silvia camporesi, 2014
Planasia, silvia camporesi, 2014

 

Con Planasia ha appena vinto, nell’edizione 2015 di ArteFiera a Bologna, il premio Rotary con la motivazione:“per il costante impegno nella ricerca di nuove forme di espressioni artistiche …”. Si può ben dire che Silvia esplora le possibilità della fotografia, che per lei è un punto di partenza , non di arrivo. E per farlo si avvale di viaggi, film, letture, mostre d’arte, visite a musei…La sua natura riflessiva, con gli studi di filosofia, si è arricchita di strumenti di elaborazione che la portano a guardare la realtà con occhio analitico, da ricercatrice. Un carattere malinconico, la raffinatezza estetizzante, la predilezione per tutto ciò che è vago e indistinto l’anno portata, nella sua già lunga carriera professionale, a produrre lavori anche molto diversi tra loro. Silvia racconta che per contenere la mole di idee che si affollano nella sua mente si impone di tenere in ordine quaderni di produzione che documentano il processo di nascita delle opere. Sono proprio questi piccoli “segreti” sulla progettazione artistica fotografica che la Camporesi condividerà con i suoi allievi durante il workshop a 1 Stile!

Per info e iscrizioni (ultimi posti disponibili) si veda http://www.1stile.com/ita/event.php?archive&cat=2

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Silvia Beccaria, ovvero “Dei bisogni e dei rimedi “.

di Mara Pasetti

Quando si guarda un tessuto non ci si sofferma mai a pensare che è composto da centinaia, migliaia di fili. Invece un tempo era normale accorgersi di quanto complessa fosse una trama, si era abituati a osservare il lavoro che le donne facevano sedute per ore al telaio. La nostra storia più antica è permeata della tessitura, al telaio generazioni intere hanno consumato occhi e braccia, ché questa è un’opera dove è richiesta attenzione, pazienza, ma anche forza

FUGA DI NOTTE, lino e gomma
FUGA DI NOTTE, lino e gomma

Un tempo anche si osservavano con meraviglia le raffigurazioni sugli arazzi parietali che assolvevano al compito di mantenere il calore negli ambienti e al contempo allietavano con la loro bellezza. Da un lato i cartoni forniti dagli artisti, dall’altro le manifatture che traducevano i disegni in opere tessili: tutti conoscevano il tempo e il valore racchiuso in un arazzo.

 

TUTANKHAMON, lino, cotone,seta e carta
TUTANKHAMON, lino, cotone,seta e carta

 

 

 

 

 

 

 

Nell’era dei caloriferi si parla di Fiber art per definire un tipo di artigianato artistico che cerca di riportare la nostra attenzione  sulle opere tessili di artisti contemporanei. La torinese Silvia Beccaria, educatasi alla scuola dell’olandese Martha Nieuwenhuijs, ha trasformato l’amore per i fili intrecciati tra loro in  materia espressiva, in strumento di relazione ed educazione. Accade così che, attraverso il farsi di una tela, riannodi i fili di un ragionamento smarrito, dia ordine a un caos interiore: con i disabili o tra le mura di un penitenziario.

La tessitura, per le sue caratteristiche immaginative e di  precisione  concilia la fantasia creativa con la concretezza del fare ripetitivo, l’estro con il gesto. E’ terapeutica per chi crea e per chi ne fruisce : non vi è nulla che riordini il caos interiore, che a volte ci può spaventare, come la quieta visione di una trama di centinaia di fili messi al loro posto.

ERBA LUNA credits foto Mariano Dallago
ERBA LUNA credits foto Mariano Dallago

Silvia Beccaria però non si accontenta, lei ci mette anche la ricerca nella sua passione. Il risultato è sotto i nostri occhi nella mostra “Libere trame”, interessante ossimoro perché quest’artista toglie certezza all’ordine, ridona nobiltà a materiali desueti e, in un percorso al contrario, non sgrezza la materia filata, ma anzi ne ricerca la forma originale. L’arazzo si anima e ci coinvolge con esiti tridimensionali; si illumina al buio continuando a farci compagnia; ci parla di tende nomadi, della natura e di  prodotti di laboratorio. Insomma per ognuno di noi Silvia ha capito un bisogno e immaginato una soluzione! Una genialità affinata dall’amore per le persone.

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LIBERE TRAME
LIBERE TRAME
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Da Caravaggio a Mustafa Sabbagh passando per Vittorio Sgarbi

di Mara Pasetti

Il punto di vista del cavallo: solo a Vittorio Sgarbi poteva venire in mente di rovesciare la prospettiva attraverso un titolo. Perché? Suppongo per la sua capacità empatica di immedesimarsi nell’artista. In questo caso parliamo di Michelangelo Merisi, più noto come Caravaggio, dal toponimo di nascita. Un gigante. Per la forza rivoluzionaria della sua pittura, per la continua ricerca di inedito, per una visione della realtà più vera del vero. Sono molti gli aspetti che apparentano critico e criticato, se così si può dire, ché Sgarbi mostra di amare incondizionatamente il Merisi.

Copertina del libro
Copertina del libro

In cui si specchia, come lui consapevole di se stesso, contro tutti, sperimentatore, sensibile alla bellezza tanto da trasformare anche gli aspetti sgradevoli della realtà in icone estetiche, imitato e invidiato, in una parola vitale. E’ un libriccino che ha il formato dei libri d’ore, ne ha la preziosità nella scelta delle immagini, della carta, delle parole.

Avevo ascoltato recentemente Vittorio Sgarbi a Mantova a Palazzo della Ragione e l’ho ritrovato in queste pagine: concreto e visionario come sono tutti i padani!

Lo spazio Bernardelli a Mantova
Lo spazio Bernardelli a Mantova

Non è certo tale, anche se ha scelto di vivere a Ferrara, un celebre e geniale fotografo di cui ho visitato di recente la mostra in un luogo dismesso e affascinante nel cuore di Mantova: Mustafa Sabbagh. La tentazione di accostarlo a Caravaggio è forte: d’altra parte dell’artista si dice che avesse uno sguardo “fotografico”! Invece gli scuri di Sabbagh hanno qualcosa di pittorico, le luci, artificiali, perdono la morbida naturalezza dei dipinti lombardi per essere testimoni del loro tempo. Operazione concettuale, impossibile da immaginare senza la rivoluzione operata secoli prima sull’osservazione della realtà da Caravaggio. E’ la dimostrazione che a salire sulle spalle di un gigante si vede lontano!

Hyperesthesia, la mostra
Hyperesthesia, la mostra

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Bene o male purchè se ne parli : i Bronzi di Riace nell’interpretazione di Gerald Bruneau

 ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about ” ( attr. a Oscar Wilde)  
L'atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia
L’atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia

Fin dal 1882 il soprintendente Paolo Orsi intendeva riunire in un unico Museo Civico i reperti archeologici frutto delle campagne di scavo che aveva diretto in Calabria. A questo scopo, in epoca fascista, il celebre architetto Marcello Piacentini realizzò uno dei primi musei italiani interamente dedicati all’esposizione, progettandone gli arredi e curando particolarmente le sezioni museali, scandendo il percorso con porte a vetri imponenti. Da allora il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha subito varie trasformazioni anche per accogliere, dopo il loro rinvenimento nel 1972, i suoi reperti più famosi: i Bronzi di Riace.

La sala che ospita i Bronzi
La sala che ospita i Bronzi

La sala che ospita i Bronzi ( cui si accede dopo una sosta di qualche minuto in una stanza di “filtraggio”) è climatizzata per evitare fenomeni di corrosione e le statue sono ancorate a basi antisismiche. I Bronzi furono scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, appassionato subacqueo, a 200 m. dalla costa di Riace Marina e a 8 m. di profondità. Gli studi del fondale marino che seguirono la scoperta ipotizzarono che, a causa di un naufragio, le pesanti statue fossero colate a picco. Oppure che fossero state scaricate dalla nave volontariamente per salvarla durante una tempesta.

Le due statue bronzee misurano circa due metri ciascuna e, in origine, portavano scudo, elmo di tipo corinzio e lancia da oplita.  Una lavorazione straordinaria evidenzia i riccioli di barbe e capelli e le vene di mani e piedi in rilievo. Gli occhi, realizzati in un caso in avorio e pietre preziose (perdute), nell’altro in marmo, presentano ciglia in lamina bronzea. La statua A ha labbra in rame e cinque denti superiori modellati in lamina d’argento. Entrambe le sculture poi hanno i capezzoli, lavorati a parte ed applicati tramite battitura a martello, di colore rosa perché realizzati in una particolare lega di stagno.

La statua A portava in origine un elmo corinzio, collocato in posizione rialzata sulla fronte  affinché si vedesse il volto, altrimenti coperto. L’effetto realistico dei capelli, fusi uno ad uno, che si intravedevano da sotto l’elmo doveva in effetti essere notevole. Il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio, la cosiddetta kynê: il segno che contraddistingueva lo stratega, il comandante di un’armata.

La statua B
La statua B

L’interesse suscitato dal loro ritrovamento le ha rese due icone che hanno suscitato l’interesse di studiosi di fama internazionale. Tuttavia ad oggi nessuna certezza è stata raggiunta circa il periodo preciso in cui sono state realizzate, l’autore ( sono stati attribuiti a Fidia, Policleto, Pitagora di Reggio…) e l’ area geografica di provenienza. Possiamo ipotizzare che si tratti di eroi divinizzati, che siano stati fusi nel bronzo intorno al v sec a. C. (prima il bronzo A e qualche decennio dopo il bronzo B) in Grecia o Magna Grecia e che, all’epoca del naufragio in mare, avessero già subito restauri di epoca romana. Opere pregevolissime, anche considerando la preziosità del bronzo, che impegnarono nella loro realizzazione un artista per un anno e più. I piedestalli, i tenoni in piombo alla base dei piedi con cui sono state rinvenute, indicano che in origine erano fissate su basamenti ed dunque erano esposte al pubblico.

La statua A
La statua A

Proprio analizzando la terra estratta dai fori sotto i piedi si è scoperto che una proveniva da Atene, l’altra dalla pianura di Argo e che le sculture furono realizzate con la fusione diretta, un metodo rischioso poiché non consentiva ripensamenti.

Un’ipotesi molto suggestiva vuole che le statue rappresentino due eroi protagonisti della mitica spedizione della città di Argo contro Tebe: Tideo e Anfiarao. Certo, nella loro nudità eroica, mostrano uno un atteggiamento del volto più “aggressivo”, l’altro più emotivo. Volutamente somiglianti tra loro, sembrano perciò appartenere ad un unico gruppo scultoreo.

Ultimamente si sta parlando molto dei Bronzi di Riace. Lo ha fatto Vittorio Sgarbi, auspicando che vengano trasferiti a Milano per l’Expo 2015 e non si placano le polemiche sugli scatti audaci realizzati al museo qualche mese fa dal celebre fotografo francese Gerald Bruneau e ora resi noti da Dagospia.com. Celebre ed eclettico artista, cresciuto alla Factory di Andy Warhol negli anni Sessanta, dotato di una curiosità insaziabile, egli si è trovato nelle situazioni più rischiose per realizzare reportages di guerra e documentare il disagio sociale.

Fotografia di Bruneau
Fotografia di Bruneau

Artista eclettico, musicista, ballerino, attore, ha conosciuto e ritratto personaggi celebri in tutto il mondo. Vive tra l’America, la Francia e l’Italia dove ha realizzato la fotografia di Paolina Borghese del Canova avvolta in veli rossi. E’da questo scatto che prende le mosse l’idea di fotografare in modo analogo i Bronzi. Ma poi la fantasia di Bruneau, in corso d’opera, gli suggerisce una provocazione: travestire le sculture da drag queen. Il suo intento, spiega, è quello di sensibilizzare il pubblico, in un territorio che egli percepisce come omofobo ( si veda in proposito l’intervista rilasciata a Mario Meliadò http://mariomeliado.wordpress.com/).

E’ Bruneau che spiega: I Bronzi sono molto belli, rappresentano un’idea di bellezza classica e sono anche loro una icona gay. Io sono molto attento ai diritti civili e per la causa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E’ venuta così l’idea di trasformarli in spose moderne” (tratto da http://ildispaccio.it/primo-piano/51894-parla-gerald-bruneau-con-boa-e-tanga-bronzi-strappati-a-ergastolo-museale)

L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’operazione nata in origine per promuove la Calabria, sfuggita, pare, al controllo della Soprintendenza locale, ha fatto il giro del mondo e diviso i cittadini di Reggio Calabria tra innocentisti e fortemente indignati, i più.

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica, ma proprio in questi giorni sono ospite di questa magnifica terra, ho fatto visita al museo nel suo nuovo allestimento e sento il bisogno, come storico dell’arte, di un approfondimento del tema.

"La Gioconda che fuma la pipa" di Bataille
“La Gioconda che fuma la pipa” di Bataille

Bisogna riandare col pensiero al 1883 quando Eugène Bataille realizzò “Monna Lisa che fuma la pipa”: sarà a quest’opera che si ispirò nel 1919 un altro artista francese, il dadaista Marcel Duchamp per il suo ready-made “L.H.O.O.Q”, titolo-gioco di parole che pronunciato in francese dà origine a Elle a chaud au cul ( lei ha caldo al culo, lei è eccitata ). In questo caso la Gioconda, protagonista del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, con baffi e pizzetto, rappresenta una dissacrazione nei confronti di un’icona dell’arte: con la sua operazione l’artista vuole spogliarla di quell’aura di sacralità che la caratterizza da sempre.

La Gioconda di Duchamp
La Gioconda di Duchamp

 

Come vedete, gli antecedenti illustri non mancano!Compito dell’arte è sempre stato e sempre sarà stimolare l’attenzione e le emozioni di chi la guarda.

Per questo vi invito ad esprimere, in questo spazio, le impressioni, le riflessioni e i sentimenti che suscitano in voi le fotografie dei Bronzi realizzate da  Gerald Bruneau!

Mara Pasetti

http://www.1stile.com

 

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Tangenziale, la mostra di Carlo Bonfà

Consiglio vivamente una visita alla bella esposizione di opere di Carlo Bonfà nell’Ala Napoleonica di Palazzo Te a Mantova, aperta fino al 27 agosto.

http://www.comune.mantova.gov.it/index.php/cultura/mantova-citta-di-cultura/news-cultura/item/1116-le-opere-di-carlo-bonfa-al-te

Carlo Bonfà, locandina della mostra
Carlo Bonfà, locandina della mostra

 

 

L’artista mantovano fu da me intervistato per il foglio di Ca’ Gioiosa, Ca’rte del 3 settembre 2010.

Ecco quel testo, per un approfondimento

molto attuale del lavoro del maestro.

Nel frattempo è diventato un caro amico!

 

Per amore o per forza

Intervista all’artista Carlo Bonfà

 Carlo Bonfà mi accoglie affacciandosi sorridente  alle scale che introducono al suo ampio studio. Uno studio che è anche un museo. Anzi che è soprattutto dedicato, stanza dopo stanza, all’esposizione delle sue opere: scoprirò che, al confronto, lo spazio dedicato al laboratorio è piuttosto esiguo. Non ci siamo mai incontrati prima d’ora e mi accompagna in giro parlando con tono pacato: con molto garbo introduce se stesso attraverso le sue opere.

Come ha avuto inizio la sua carriera artistica?

Con un trauma. Nel 1969 il gallerista Gian Enzo Sperone, interessato al mio lavoro con l’arte povera (movimento artistico nato negli anni ’60 che utilizzava materiali poveri come la terra, il legno, il ferro, la plastica, in polemica con l’arte tradizionale), mi aveva invitato a partecipare a una mostra collettiva a Torino. La sera dell’inaugurazione andò tutto bene, ma il giorno successivo un gruppo di Movimento Studentesco distrusse le opere in mostra perché erano stati esclusi gli artisti locali. Sconfortato, interruppi tutti i rapporti con Torino: se fossi rimasto là il mio percorso artistico probabilmente sarebbe stato diverso.

In seguito cosa accadde?

I primi anni sono stati esaltanti; si lavorava tanto a guadagno zero, ma ero ingenuo e convinto della solidarietà tra gli artisti e della nostra importante funzione sociale!

Cominciai lavorando molto sulla concettualità pura: segni minimi, scritture, performances in pubblico….

Qualche esempio?

Cominciai a svolgere una grande tela (va a cercarla e me la mostra srotolandola con emozione) e, senza conoscerne le misure, cominciai a tracciare questi piccoli segni: otto ore al giorno per un anno e mezzo. Tra un segno e l’altro lasciavo trascorrere cinque secondi ascoltando il mio respiro: con costanza e precisione, dipingendo sdraiato sulla tela in un contatto fisico continuo. Era un lavoro con cui intendevo allungare il tempo!

Come mai, così giovane, era ossessionato dal tempo?

Lo sono sempre stato, lo sono ancora. Mi piace stare sopra l’operazione che compio per un tempo lungo, a volte lunghissimo. Ho bisogno di sapermi impegnato a lungo in un progetto: un tempo vuoto mi spaventa. Da bambino ho dovuto lasciare gli amici per un trasferimento della mia famiglia e mi sono sentito sradicato. I paletti che mi impongo nel mio lavoro, la misurazione del tempo, la ritualità mi rassicurano.

Interessante il concetto di ritualità…

Sono sempre stato affascinato dal “comporre il rito”. Alcune installazioni (oggetti di qualsiasi tipo installati in un dato ambiente) poste in mezzo alla natura per esempio restavano lì finché non venivano inglobate dalla natura stessa nel suo divenire. Prima di iniziare un lavoro preparo un piccolo prototipo e quindi so precisamente quello che vado a fare. E poi disegno sempre prima di dipingere come facevano gli antichi artigiani, gli artisti medioevali.

L'artista nel suo studio
L’artista nel suo studio

Quando entra il colore nella sua sperimentazione artistica?

Alla fine degli anni ’70: fino ad allora avevo lavorato solo con il bianco e nero. Sa, io creo sempre per serie e quando sento che una serie di opere è finita sono molto nervoso: c’è qualcosa che mi frulla in testa, come un ronzio. Nel momento in cui arriva la scintilla comincio a fare degli schizzi e piano piano si crea una nuova strada, comincia una storia, un’avventura. Disegno per giorni e giorni dandomi il tempo per meditare, di passeggiare con la mente nel nuovo progetto. A questo punto terminare gli ultimi lavori diventa faticoso, noioso.

Ma necessario! Lo capisco. Tornando al colore…

Qualche piccolo accenno di colore, oro, qualcosa di naturale messo a interagire con chiocciole vere e frammenti di specchi, per esempio, era già presente nelle mie opere prima dell’introduzione dei colori primari: colori usati puri, mai mescolati anche quando sono passato a tutta la gamma cromatica.

Ci sono molte persone intimorite dall’arte contemporanea.

La nascita della psicanalisi ha fatto sì che l’arte non si trasmetta più, come in passato, solo con la rappresentazione visiva: ma la rappresentazione della mente, di pensieri e concetti, è molto difficile da rappresentare e far capire. Questo perché le persone sono abituate a riconoscere ciò che vedono e quando ciò non avviene diventa molto difficile comprenderlo. Dopo la rivoluzione freudiana tutto è cambiato e tuttavia oramai non è possibile eluderla, anche in campo artistico.

Vedo che nella sua opera spesso utilizza il legno.

Sì, tuttavia non uso la tavola come supporto, come facevano anticamente: scelgo il legno per levigarlo, assemblarlo e colorarlo in modo da creare forti contrasti tra gli elementi. Inoltre io cerco il contatto con il pubblico e il legno, con la sua tridimensionalità, coinvolge lo spettatore anche in presenza di elementi astratti. Oggi, a differenza di un tempo, i materiali non sono importanti per me, ma il legno sì perché mi consente di creare oggetti gradevoli anche per uno spettatore sprovveduto, per incuriosirlo affinché si chieda perché una persona le ha fatte.

Perché?

Perché mi sono divertito a farle. C’è una forma ludica in quest’arte. Io a lavorare mi diverto e la sera, quando finisco, sono soddisfatto del mio lavoro. L’artista non riposa mai, la creatività non timbra il cartellino perché quando nasce l’ispirazione bisogna seguirla! Quando intravedi quello che hai davanti a te senti una forte emozione, come una scossa, perché capisci che sei di nuovo vivo: il colore fondamentale è la passione!

 

Faccio fatica a interrompere questo incontro. Accompagnandomi alla porta il professore propone di darci del tu: sento che è una dimostrazione di fiducia e che probabilmente ho superato un esame!

Mara Pasetti

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Alla guerra con carta e pennelli

A scorrere il catalogo delle opere di Claudia Moretti colpisce  nei titoli il riferimento a elementi che rimandano con insistenza ad una dimensione domestica. Sono abiti, cuscini, letti, tovaglie. Ma poi, a disorientarci, compaiono Le guerriere : ultima opera inedita di Claudia, incompiuta, che viene esposta per la prima volta nella mostra “ Parole Celate” (a Mantova dal 31 maggio presso la home gallery 1 Stile a cura di Giulia Santi e Mara Pasetti). E’ il punto d’arrivo del suo lavoro.

Le guerriere
Le guerriere

Le guerriere sono simbolo di forza, ma prima di tutto sono donne: quello dell’artista è un universo femminile. Suo è il sentire, il parlato, la lingua della madre, la lingua primigenia, la lingua che somiglia alla lallazione, una lingua di parole sfatte, di parole intellegibili, scritte in un linguaggio originale. Per questo sono parole celate.

Le guerriere, particolare
Le guerriere, particolare

Claudia ha dedicato la sua vita all’arte e con essa si è mossa su due registri apparentemente contradditori, in realtà molto uniti tra loro come le facce di una medaglia: una grande riservatezza e il desiderio di denunciare in maniera pacata, ma ferma. Penso alle grandi installazioni con cui l’artista ha coinvolto la città intera insieme ai bambini di tutte le scuole di Mantova : straordinarie performance corali e installazioni nelle piazze e nelle scuole, soprattutto nel Giorno della Memoria.

 

Una denuncia di rara forza espressiva dove la scelta ripetuta del bianco e nero sottraeva enfasi rafforzando il significato simbolico: togliere il colore della vita per denunciare l’aggressione che uomini e donne hanno subito con l’Olocausto. E’ il bianco e nero a prevalere dagli anni 2000 nella produzione di Claudia che si esprime in elementi estremamente poetici. Le scritture del 2011, straordinarie composizioni miniaturizzate di parole rimandano sempre al linguaggio da cui Claudia, eterna bambina, era affascinata.

Libro d'artista: scrittura infinita
Libro d’artista: scrittura infinita

Il suo cuore generoso l’ha indirizzata a condividere l’amore per la scrittura, per i segni e nel suo mondo creativo tutto si svolge o nell’ambito domestico o all’esterno, in grandi spazi aperti. Quando questo accade le sue opere vivono nell’aria , hanno bisogno di interagire con la natura: c’è moltissima fisicità nell’opera di Claudia.

 

Per questa artista lo stimolo alla conoscenza  ha origine nell’infanzia quando esplorava l’ambiente naturale e  costruiva un suo mondo fatto di fantasie solitarie. Questo universo che l’ha sempre nutrita  lei ce lo restituisce attraverso la sua arte che è nutrimento materno, cura dell’altro.

Claudia non si è data limiti, da guerriera ha continuato a progettare all’interno di queste parole che non resteranno celate se avremo la sensibilità di coglierle e di nutrire con loro la nostra sete di conoscenza dell’arte: un luogo dove ognuno di noi  può trovare casa.

 

La sposa e la sua ombra
La sposa e la sua ombra

Ad affiancarla in questo percorso espositivo che si snoda per un tempo di 29 giorni sono gli scatti in bianco e nero di Milena Giacomazzi. Sublime testimonianza e interpretazione di una performance dell’artista che è danza rituale. Milena ha saputo interpretare l’interiorità di Claudia perché la sua è una fotografia che scava nel profondo. Nulla di meno ella cerca nel soggetto e l’artista lo sapeva. Così voleva che fosse. Si sono guardate e capite.

Fotografia di Milena Giacomazzi
Fotografia di Milena Giacomazzi

Posso ben testimoniare quale affinità e legame si sia instaurato tra la ritrattista e la ritratta: Claudia me ne parlò con entusiasmo. Aveva indossato per il set l’abito bianco che aveva creato per La sposa e la sua ombra. L’intensità del suo sguardo trasmette forza. I gesti tradiscono la sua delicatezza. Capisco perché fosse incantata da queste fotografie che ora ce la restituiscono come se lei fosse ancora qui, più reale di sempre.

A Milena la sensibilità di non farsi distrarre dal dettaglio realistico, di plasmare la fotografia nel modo più polito. L’uso sapiente della luce rivela le emozioni travalicando la somiglianza esteriore per addentrarsi in quella interiore. E ci è chiaro perché questa giovane fotografa privilegi ritrarre gli artisti. Il loro mondo interiore può essere oscuro e tormentato o brillante, banale mai.

Mara  Pasetti

Claudia Moretti, ritratto
Claudia Moretti, ritratto

 

 

 

 

 

 

 

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Evento n.51 nel programma di Mantovacreativa

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Candida Hofer e Marta Primavera a Mantova

il catalogo della mostra
il catalogo della mostra

Due mostre fotografiche in maggio dialogheranno a distanza tra loro confrontandosi sul medesimo tema : “Mantova” di Candida Hofer in corso a Palazzo Te fino al 1 giugno e “Progetti di verosimiglianza ed altre fantasticherie” di Marta Primavera che sarà allestita  dall’8 al 24 maggio alla Home Gallery 1 Stile in via Calvi 51  con il patrocinio del Comune di Mantova e del Ministero per i Beni Culturali Archivio di Stato di Mantova.

Candida Hofer a Palazzo Te
Candida Hofer a Palazzo Te

Due fotografe, due anime, che più diverse non si potrebbe, per una stessa città: rigore scientifico e fantasia, interni ed esterni, vuoto e pieno, tempo eterno e passaggio del testimone tra passato e presente. Per il pubblico, dunque, un’occasione per mettere a confronto stili e linguaggi artistici differenti. Soprattutto questa esperienza  collaborativa tra pubblico e privato contribuisce a rafforzare l’idea del museo diffuso  nella città, rendendo possibili approfondimenti culturali stimolati da esperienze analoghe per genere artistico, ma differenti per tecnica e approccio. Anche così si contribuisce a ravvivare la vita culturale di una città.

Già nella scelta del titolo, le due artiste mostrano il loro carattere: l’una sobriamente concentrata sul tema della propria indagine, l’altra più propensa a lasciarsi ispirare dalle                                                                                              atmosfere, passate e presenti.

La fotografa tedesca, apprezzata in tutto il mondo, si  concentra da anni sulla resa perfetta di ambienti di rilevanza storica e artistica, con una predilezione per teatri e biblioteche. La Hofer consacra nello scatto, a lungo meditato e ricercato  un tempo indefinito e sospeso, una luce adamantina in cui la presenza umana creerebbe un disturbo. Fuori dai suoi spazi ritratti vi è il mondo delle stagioni e delle attività umane, dentro la fotografia quello ideale della contemplazione della perfezione estetica. Per la mostra di Palazzo Te Candida Hofer ha scelto otto fotografie inedite di grande formato in cui ogni dettaglio è così vivido da produrre l’impressione di essere entrati nell’ambiente ritratto.

Marta Primavera, Palazzo Te, fotocollage
Marta Primavera, Palazzo Te, fotocollage

La giovane fotografa italiana Marta Primavera, che vive e lavora a Londra, da alcuni anni ha messo a punto uno stile basato sulla ricerca e la postproduzione. Per i suoi photocollages – aggiunge Pasetti – predilige la veduta di paesaggio rappresentata in affreschi, dipinti o incisioni antiche: una quinta teatrale sul cui sfondo mettere in scena la vita moderna. E anche se stessa. Dopo un lavoro di documentazione sugli eventi storici accaduti in quei luoghi, Marta Primavera li reinterpreta affiancando personaggi attuali a quelli antichi e mescolando aspetti tipici dell’oggi con costumi desueti, elementi di arredo urbano contemporaneo a costruzioni modificate o cancellate dal tempo. E’ un tributo alla memoria, un confrontarsi con la storia “come una bambina che prova a camminare con le scarpe della mamma”. Per la mostra mantovana, l’artista, coadiuvata da Daniele De Luigi, ha scelto di esporre, a fianco di due serie di poetici photocollages ambientati a Londra e in Umbria, sei fotografie inedite basate su vedute di Mantova disegnate da Filippo Luigi Montini e incise da Lanfranco Puzzi nella prima metà dell’800.                                                                                                                    Mara Pasetti

La locandina della mostra
La locandina della mostra

 

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Metti un giorno a Ferrara

Mustafa Sabbagh, Burka Moderni

Ferrara  MLB Home Gallery , fino al 4 maggio 2014

Federico Zanzi

Ferrara, www.federicozanzi.it

Matisse, la figura

Ferrara Palazzo dei Diamanti, fino al 15 giugno 2014

 

Una giornata livida di pioggia e vento mi ha trasportata in un mondo di tenebre e luce: la mostra di selezionate fotografie di Mustafa Sabbagh curata da Maria Livia Brunelli.

Celebrato fotografo di moda, tra i più significativi artisti contemporanei, con un pedigree di tutto rispetto, italo-giordano e cittadino del mondo, Sabbagh  dialoga con Matisse che si può ammirare a pochi passi da qui, nella mostra a lui dedicata.  E lo fa a modo suo.

Lui, uno dei più grandi ritrattisti di nudo al pari del maestro francese che ne era ossessionato, sceglie di opporre il nero e il mascheramento al trionfo del colore.

 

lusso con burka
Dittico di Mustafa Sabbagh

A carni femminili morbide e sinuose contrappone petali di fiori taglienti che paiono vivere di una luce propria e manichini umani animati dal fumo dell’onnipresente sigaretta: neri e bellissimi, come intagliati nel fondale nerissimo. Perché anche nel contro-canone estetico che definisce la sua ricerca stilistica, non può rinunciare all’eleganza formale: ragione e istinto producono in lui un’opera di grande impatto, ricca di grazia e verità. Confesso che la successiva visita a Matisse mi ha procurato un’emozione…decisiva! Pur trovando analogie tra i due artisti nella predilezione per la figura, il senso plastico e lo studio dei riflessi di luce, la joie de vivre del francese, i suoi colori puri stesi come smalti  mi hanno consegnato la chiave per entrare nel mondo di tenebra necessario a Sabbagh. E a Zanzi, un altro artista accostato in questa giornata ferrarese dove le suggestioni non parevano finire mai.

 

Ragazza incinta di Federico Zorzi
Ragazza incinta di Federico Zanzi

Anche Federico Zanzi predilige la figura, in cui ognuno di noi può riconoscersi. In questo esprime il bisogno di relazione. Anche quando toglie ai volti connotazioni realistiche per conservarne lui solo il segreto. In questo suo “disfare i volti” si colloca estremamente vicino al sentire di Sabbagh e si pone in relazione a Matisse con cui condivide il percorso di scultore.

Si va qui all’essenza delle cose, al ciclo della vita che ci impone una continua rinascita. Ecco allora  che la figura femminile evocata dalla lingerie, dagli infiniti studi del corpo di modelle o dalla presenza costante della madre è ineludibile per questi artisti. Pur con significati diversi.

 

Ragazze in giardino
Ragazze in giardino di Henri Matisse

Così una giornata qualunque si è trasformata in ammirazione per nessi interessanti quanto imprevisti e in suggestioni che spero incuriosiscano chi mi legge portandolo a ripercorrere i miei passi ferraresi.

  Mara Pasetti

www.1stile.com

 

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La forza del silenzio

ceramica raku e vetro
le sculture africane

 

Francesca Romano nasce scenografa. Poi scopre la ceramica raku e ad essa affida la propria espressione creativa.

La scultrice ama lavorare a tutto tondo: volumi e materia la affascinano da sempre. Attraverso le mani fluiscono le sue emozioni in un rapporto intimo e geloso con l’opera che si esprime nelle scelte formali e cromatiche. Soprattutto sono donne e bambini i soggetti cui approda dopo anni di sperimentazione attorno ad una tecnica amatissima, ma imprevedibile che sfugge ad ogni disegno prestabilito. Francesca schizza disegni preparatori, predispone test. Poi però deve arrendersi al risultato, sempre diverso, impossibile da replicare quasi la ceramica avesse una volontà propria. Eppure è in questa costrizione che l’artista sente di esprimersi liberamente: nel suo dialogo con la materia vi è uno scambio reciproco fatto di rispetto e attenzione. Per questo la prima esposizione le è costata un grosso sforzo di condivisione con un pubblico che turbava con il proprio sguardo questo rapporto così esclusivo.

ceramica raku e vetro
Olympia

Molte mostre dopo, Francesca si è abituata all’ammirazione per queste donne sobrie, primitive nella loro bellezza iconica, che esprimono, silenziose e regali, la denuncia per le violenze subite. Quotidianamente. In ogni parte del mondo.

La scultrice rifugge ogni ostentazione del dolore, difende il diritto di imprimere con forza il proprio stile attraverso la scelta dei materiali: creta e vetro, nati dalla stessa matrice alchemica di fuoco e acqua, di aria e terra. E queste sculture continueranno a parlare. Ma solo a chi sa interrogarle.

 

ceramica raku e vetro
Neda Agha

La prima volta che ho visto queste sculture erano riunite in uno spazio angusto, sotterraneo, che accentuava la suggestione del laboratorio artigianale. Tuttavia queste opere vedono la luce all’aperto: la tecnica di cottura della ceramica raku lo richiede. E’ la terra, da cui originano, il riferimento potente che parla alla nostra sensibilità. La terra madre cui il femminile rimanda. Francesca è madre e scultrice. Ed è una donna volitiva che sa partorire artisticamente  donne forti

come lei. Poi le manda nel mondo, messaggere di denuncia e …speranza!

 Mara Pasetti

www.1stile.com

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Un autore allo specchio

 

Michelangelo Pistoletto- Alain Elkann

LA VOCE DI PISTOLETTO

Ed. Bompiani,2013

Il libro
Il libro

Un libro scritto per raccontare un artista, con la formula,sempre accattivante, dell’intervista.

Pistoletto si racconta a Alain Elkann per la prima volta e rivela un mondo interiore molto ricco, fatto di riflessioni e relazioni nell’ambiente dell’arte che si sono trasformate in amicizie profonde. Il risultato è la riscoperta di grandi maestri come Fontana, Bacon, Burri, Giacometti, Balthus…visti in una dimensione più intimista, con gli occhi di un amico che si confronta con loro nel suo percorso artistico.

Dai primi autoritratti, ai Quadri Specchianti, per cui l’artista è divenuto famoso in tutto il mondo, agli Oggetti in meno, Pistoletto ripercorre un cammino creativo che si snoda tra l’Europa e l’America in una continua dialettica tra individuale e sociale, che Elkann ha saputo tradurre in un mirabile racconto a due voci.

 Mara Pasetti

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