Bene o male purchè se ne parli : i Bronzi di Riace nell’interpretazione di Gerald Bruneau

 ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about ” ( attr. a Oscar Wilde)  
L'atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia
L’atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia

Fin dal 1882 il soprintendente Paolo Orsi intendeva riunire in un unico Museo Civico i reperti archeologici frutto delle campagne di scavo che aveva diretto in Calabria. A questo scopo, in epoca fascista, il celebre architetto Marcello Piacentini realizzò uno dei primi musei italiani interamente dedicati all’esposizione, progettandone gli arredi e curando particolarmente le sezioni museali, scandendo il percorso con porte a vetri imponenti. Da allora il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha subito varie trasformazioni anche per accogliere, dopo il loro rinvenimento nel 1972, i suoi reperti più famosi: i Bronzi di Riace.

La sala che ospita i Bronzi
La sala che ospita i Bronzi

La sala che ospita i Bronzi ( cui si accede dopo una sosta di qualche minuto in una stanza di “filtraggio”) è climatizzata per evitare fenomeni di corrosione e le statue sono ancorate a basi antisismiche. I Bronzi furono scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, appassionato subacqueo, a 200 m. dalla costa di Riace Marina e a 8 m. di profondità. Gli studi del fondale marino che seguirono la scoperta ipotizzarono che, a causa di un naufragio, le pesanti statue fossero colate a picco. Oppure che fossero state scaricate dalla nave volontariamente per salvarla durante una tempesta.

Le due statue bronzee misurano circa due metri ciascuna e, in origine, portavano scudo, elmo di tipo corinzio e lancia da oplita.  Una lavorazione straordinaria evidenzia i riccioli di barbe e capelli e le vene di mani e piedi in rilievo. Gli occhi, realizzati in un caso in avorio e pietre preziose (perdute), nell’altro in marmo, presentano ciglia in lamina bronzea. La statua A ha labbra in rame e cinque denti superiori modellati in lamina d’argento. Entrambe le sculture poi hanno i capezzoli, lavorati a parte ed applicati tramite battitura a martello, di colore rosa perché realizzati in una particolare lega di stagno.

La statua A portava in origine un elmo corinzio, collocato in posizione rialzata sulla fronte  affinché si vedesse il volto, altrimenti coperto. L’effetto realistico dei capelli, fusi uno ad uno, che si intravedevano da sotto l’elmo doveva in effetti essere notevole. Il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio, la cosiddetta kynê: il segno che contraddistingueva lo stratega, il comandante di un’armata.

La statua B
La statua B

L’interesse suscitato dal loro ritrovamento le ha rese due icone che hanno suscitato l’interesse di studiosi di fama internazionale. Tuttavia ad oggi nessuna certezza è stata raggiunta circa il periodo preciso in cui sono state realizzate, l’autore ( sono stati attribuiti a Fidia, Policleto, Pitagora di Reggio…) e l’ area geografica di provenienza. Possiamo ipotizzare che si tratti di eroi divinizzati, che siano stati fusi nel bronzo intorno al v sec a. C. (prima il bronzo A e qualche decennio dopo il bronzo B) in Grecia o Magna Grecia e che, all’epoca del naufragio in mare, avessero già subito restauri di epoca romana. Opere pregevolissime, anche considerando la preziosità del bronzo, che impegnarono nella loro realizzazione un artista per un anno e più. I piedestalli, i tenoni in piombo alla base dei piedi con cui sono state rinvenute, indicano che in origine erano fissate su basamenti ed dunque erano esposte al pubblico.

La statua A
La statua A

Proprio analizzando la terra estratta dai fori sotto i piedi si è scoperto che una proveniva da Atene, l’altra dalla pianura di Argo e che le sculture furono realizzate con la fusione diretta, un metodo rischioso poiché non consentiva ripensamenti.

Un’ipotesi molto suggestiva vuole che le statue rappresentino due eroi protagonisti della mitica spedizione della città di Argo contro Tebe: Tideo e Anfiarao. Certo, nella loro nudità eroica, mostrano uno un atteggiamento del volto più “aggressivo”, l’altro più emotivo. Volutamente somiglianti tra loro, sembrano perciò appartenere ad un unico gruppo scultoreo.

Ultimamente si sta parlando molto dei Bronzi di Riace. Lo ha fatto Vittorio Sgarbi, auspicando che vengano trasferiti a Milano per l’Expo 2015 e non si placano le polemiche sugli scatti audaci realizzati al museo qualche mese fa dal celebre fotografo francese Gerald Bruneau e ora resi noti da Dagospia.com. Celebre ed eclettico artista, cresciuto alla Factory di Andy Warhol negli anni Sessanta, dotato di una curiosità insaziabile, egli si è trovato nelle situazioni più rischiose per realizzare reportages di guerra e documentare il disagio sociale.

Fotografia di Bruneau
Fotografia di Bruneau

Artista eclettico, musicista, ballerino, attore, ha conosciuto e ritratto personaggi celebri in tutto il mondo. Vive tra l’America, la Francia e l’Italia dove ha realizzato la fotografia di Paolina Borghese del Canova avvolta in veli rossi. E’da questo scatto che prende le mosse l’idea di fotografare in modo analogo i Bronzi. Ma poi la fantasia di Bruneau, in corso d’opera, gli suggerisce una provocazione: travestire le sculture da drag queen. Il suo intento, spiega, è quello di sensibilizzare il pubblico, in un territorio che egli percepisce come omofobo ( si veda in proposito l’intervista rilasciata a Mario Meliadò http://mariomeliado.wordpress.com/).

E’ Bruneau che spiega: I Bronzi sono molto belli, rappresentano un’idea di bellezza classica e sono anche loro una icona gay. Io sono molto attento ai diritti civili e per la causa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E’ venuta così l’idea di trasformarli in spose moderne” (tratto da http://ildispaccio.it/primo-piano/51894-parla-gerald-bruneau-con-boa-e-tanga-bronzi-strappati-a-ergastolo-museale)

L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’operazione nata in origine per promuove la Calabria, sfuggita, pare, al controllo della Soprintendenza locale, ha fatto il giro del mondo e diviso i cittadini di Reggio Calabria tra innocentisti e fortemente indignati, i più.

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica, ma proprio in questi giorni sono ospite di questa magnifica terra, ho fatto visita al museo nel suo nuovo allestimento e sento il bisogno, come storico dell’arte, di un approfondimento del tema.

"La Gioconda che fuma la pipa" di Bataille
“La Gioconda che fuma la pipa” di Bataille

Bisogna riandare col pensiero al 1883 quando Eugène Bataille realizzò “Monna Lisa che fuma la pipa”: sarà a quest’opera che si ispirò nel 1919 un altro artista francese, il dadaista Marcel Duchamp per il suo ready-made “L.H.O.O.Q”, titolo-gioco di parole che pronunciato in francese dà origine a Elle a chaud au cul ( lei ha caldo al culo, lei è eccitata ). In questo caso la Gioconda, protagonista del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, con baffi e pizzetto, rappresenta una dissacrazione nei confronti di un’icona dell’arte: con la sua operazione l’artista vuole spogliarla di quell’aura di sacralità che la caratterizza da sempre.

La Gioconda di Duchamp
La Gioconda di Duchamp

 

Come vedete, gli antecedenti illustri non mancano!Compito dell’arte è sempre stato e sempre sarà stimolare l’attenzione e le emozioni di chi la guarda.

Per questo vi invito ad esprimere, in questo spazio, le impressioni, le riflessioni e i sentimenti che suscitano in voi le fotografie dei Bronzi realizzate da  Gerald Bruneau!

Mara Pasetti

http://www.1stile.com

 

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Uomo di parole

 

Roberto Brunelli

PAROLE DIPINTE

Viaggi tra il museo e la biblioteca

Universitas Studiorum, Mantova, 2014

 

Il curatore del Museo Diocesano Francesco Gonzaga di Mantova, Mons. Roberto Brunelli, custodisce dei gioielli artistici in uno scrigno architettonico.

E lo sa. Ne è consapevole per competenza, ma soprattutto per sensibilità.

Con perizia e visione lungimirante, egli da anni dedica passione ed energie ad una cura museale che passa dal restauro agli allestimenti, dall’antico al contemporaneo, senza disdegnare l’ospitalità ad eventi che dimostrano una grande cultura, curiosità e apertura al nuovo. Il museo sotto il suo sguardo attento rinasce.

Non si sa quando abbia trovato il tempo per scriverlo (sospetto che monsignore dorma poco), ma ora esce con la sua firma un bel libro che è difficile classificare poiché, a farci da guida tra i tesori custoditi nel museo, egli prende a prestito pagine notissime o sconosciute ai più, attingendo alla letteratura e alla poesia.

E’ un approccio innovativo, che creerà, ne sono certa, imitatori.

Stimolata da tale creatività, vorrei proporre una lettura del libro attraverso un itinerario alfabetico: si sa che per imparare a leggere e scrivere i bambini associano immagini ad ogni lettera! Un metodo antico e tuttora efficace.

 

guida museale
la copertina del libro

 

Aprono l’itinerario gli stupendi Arazzi francesi che prendono ispirazione dalla Bibbia. Lì vicino si possono ammirare le incantevoli miniature di Belbello da Pavia  per il messale gonzaghesco di Barbara di Brandeburgo ed eccoci alla Commedia di Dante che ha immortalato con un libro miniato in mano Paolo e Francesca prima dell’attimo fatale.

Nelle stanze degli smalti incontriamo un vasto repertorio di personaggi: riconosciamo Ercole nella sua ira e Fetonte nella sua caduta. Per commentare la celebre veduta di Mantova eseguita in un quadro del Fetti, monsignore prende a prestito una splendida, celebre poesia del poeta turco Hikmet: “ Il più bello dei mari…”. E per raccontare la storia della superba statua di San Giorgio dei Delle Masegne viene rispolverata dall’oblio la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze…

 

Così per ogni lettera ho trovato almeno un artista, un poeta o uno scrittore. Fino alla Z: per l’ultima lettera vi sfido a scovarlo, io non ci sono riuscita! L’ho letto come un segno positivo: questo museo e il suo curatore hanno ancora tanto da raccontarci.

 Mara Pasetti

www.1stile.com

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