RITORNO ALL’UOMO, con l’artista Franco Girondi

di Mara Pasetti

Mattina, 1978, collage stoffe dipinte ad acrilico su tavola
Mattina, 1978, collage stoffe dipinte ad acrilico su tavola

Vedere una mostra di opere disposte in ordine cronologico offre indubbiamente il vantaggio di cogliere il senso di un lungo percorso di ricerca: formale e interiore.Le due cose in Franco Girondi sono particolarmente connesse tra loro in un dialogo che, come un filo, si snoda da cinquant’anni circa nelle sue creazioni.

Mente liquida, 1994, organza e acrilico su tavola
Mente liquida, 1994, organza e acrilico su tavola

Ecco, un filo metaforico e reale, ché per l’artista la dualità è ricorrente, che lega e si dipana, nei Nodi  degli anni ‘60, nelle cuciture degli anni ’70, nelle trame di pizzi e stoffe e poi nella bellezza eterea dell’ordito di splendide organze sovrapposte a creare  effetti moiré negli ‘80 e ’90. Poi questo filo si trasforma, la materia lascia il posto alla luce attraverso la percezione del colore. L’alba del nuovo millennio vede sorgere linee colorate in tinte luminose che si protendono, intersecano, accolgono la luce che scende dall’alto. Luce giustamente interpretata come un riflesso spirituale, poiché Girondi, nel suo cammino di ricerca, si fonde con l’umanità attraverso la meditazione e la preghiera. E non sarà casuale la preferenza accordata al colore indaco in equilibrio tra rosso e blu, femminile e maschile, per esprimere il bisogno di sublimare, di condurci con lui in una dimensione di trascendenza.

Incontro, 2012, acrilico su tela
Incontro, 2012, acrilico su tela

Con un’altra costante, un radar interiore che lo conduce a scegliere sempre soluzioni estetiche importanti per sé, ma soprattutto per il suo pubblico. Una bellezza formale che attinge le proprie radici nella classicità, ma che si è abbeverata anche agli studi scientifici dell’artista mantovano.

Nato nel 1946, egli conclude il suo iter formativo con una laurea in chimica industriale. Un percorso culturale che non può sfuggire all’osservatore attento delle sue opere. In casa ha potuto vedere l’ arte contemporanea collezionata dal padre e conoscere a Milano artisti del calibro di Burri e Fontana, frequentazioni che lo incoraggiano a intraprendere, da autodidatta, lo studio del disegno e dell’arte. Un lungo percorso che prosegue tutt’oggi con la curiosità di sperimentare sempre.

Per la mostra alla galleria 1 Stile Dalla Materia alla luce  l’artista ci sorprende con una produzione di piccole opere inedite dedicate a città del mondo: un viaggio geografico simbolico tradotto in materie come metallo, terracotta, legno e, sempre, foglia d’oro.

Troia, 2014, tecnica mista e foglia d’oro
Troia, 2014, tecnica mista e foglia d’oro

Un bisogno di ripensare la materia, di impreziosirla, di tornare all’uomo attraverso un percorso di spiritualità che lo ha arricchito. Non è casuale che Girondi abbia scelto per questo “ritorno”

uno spazio intimo come sa essere quello dell’home gallery. I muri di questa casa cinquecentesca sono testimoni di un vissuto che vibra ancora piacevolmente negli animi più sensibili. Uno spazio abitato a lungo mantiene in sé una vocazione all’accoglienza percepibile appena si varca la soglia ed è questo aspetto che accomuna, nelle scelte espositive, gallerista e artisti che accettano di sottomettersi al fascino domestico restituendo alle proprie opere la loro collocazione naturale: la casa!

www.1stile.com

locandina
locandina

 

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Bene o male purchè se ne parli : i Bronzi di Riace nell’interpretazione di Gerald Bruneau

 ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about ” ( attr. a Oscar Wilde)  
L'atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia
L’atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia

Fin dal 1882 il soprintendente Paolo Orsi intendeva riunire in un unico Museo Civico i reperti archeologici frutto delle campagne di scavo che aveva diretto in Calabria. A questo scopo, in epoca fascista, il celebre architetto Marcello Piacentini realizzò uno dei primi musei italiani interamente dedicati all’esposizione, progettandone gli arredi e curando particolarmente le sezioni museali, scandendo il percorso con porte a vetri imponenti. Da allora il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha subito varie trasformazioni anche per accogliere, dopo il loro rinvenimento nel 1972, i suoi reperti più famosi: i Bronzi di Riace.

La sala che ospita i Bronzi
La sala che ospita i Bronzi

La sala che ospita i Bronzi ( cui si accede dopo una sosta di qualche minuto in una stanza di “filtraggio”) è climatizzata per evitare fenomeni di corrosione e le statue sono ancorate a basi antisismiche. I Bronzi furono scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, appassionato subacqueo, a 200 m. dalla costa di Riace Marina e a 8 m. di profondità. Gli studi del fondale marino che seguirono la scoperta ipotizzarono che, a causa di un naufragio, le pesanti statue fossero colate a picco. Oppure che fossero state scaricate dalla nave volontariamente per salvarla durante una tempesta.

Le due statue bronzee misurano circa due metri ciascuna e, in origine, portavano scudo, elmo di tipo corinzio e lancia da oplita.  Una lavorazione straordinaria evidenzia i riccioli di barbe e capelli e le vene di mani e piedi in rilievo. Gli occhi, realizzati in un caso in avorio e pietre preziose (perdute), nell’altro in marmo, presentano ciglia in lamina bronzea. La statua A ha labbra in rame e cinque denti superiori modellati in lamina d’argento. Entrambe le sculture poi hanno i capezzoli, lavorati a parte ed applicati tramite battitura a martello, di colore rosa perché realizzati in una particolare lega di stagno.

La statua A portava in origine un elmo corinzio, collocato in posizione rialzata sulla fronte  affinché si vedesse il volto, altrimenti coperto. L’effetto realistico dei capelli, fusi uno ad uno, che si intravedevano da sotto l’elmo doveva in effetti essere notevole. Il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio, la cosiddetta kynê: il segno che contraddistingueva lo stratega, il comandante di un’armata.

La statua B
La statua B

L’interesse suscitato dal loro ritrovamento le ha rese due icone che hanno suscitato l’interesse di studiosi di fama internazionale. Tuttavia ad oggi nessuna certezza è stata raggiunta circa il periodo preciso in cui sono state realizzate, l’autore ( sono stati attribuiti a Fidia, Policleto, Pitagora di Reggio…) e l’ area geografica di provenienza. Possiamo ipotizzare che si tratti di eroi divinizzati, che siano stati fusi nel bronzo intorno al v sec a. C. (prima il bronzo A e qualche decennio dopo il bronzo B) in Grecia o Magna Grecia e che, all’epoca del naufragio in mare, avessero già subito restauri di epoca romana. Opere pregevolissime, anche considerando la preziosità del bronzo, che impegnarono nella loro realizzazione un artista per un anno e più. I piedestalli, i tenoni in piombo alla base dei piedi con cui sono state rinvenute, indicano che in origine erano fissate su basamenti ed dunque erano esposte al pubblico.

La statua A
La statua A

Proprio analizzando la terra estratta dai fori sotto i piedi si è scoperto che una proveniva da Atene, l’altra dalla pianura di Argo e che le sculture furono realizzate con la fusione diretta, un metodo rischioso poiché non consentiva ripensamenti.

Un’ipotesi molto suggestiva vuole che le statue rappresentino due eroi protagonisti della mitica spedizione della città di Argo contro Tebe: Tideo e Anfiarao. Certo, nella loro nudità eroica, mostrano uno un atteggiamento del volto più “aggressivo”, l’altro più emotivo. Volutamente somiglianti tra loro, sembrano perciò appartenere ad un unico gruppo scultoreo.

Ultimamente si sta parlando molto dei Bronzi di Riace. Lo ha fatto Vittorio Sgarbi, auspicando che vengano trasferiti a Milano per l’Expo 2015 e non si placano le polemiche sugli scatti audaci realizzati al museo qualche mese fa dal celebre fotografo francese Gerald Bruneau e ora resi noti da Dagospia.com. Celebre ed eclettico artista, cresciuto alla Factory di Andy Warhol negli anni Sessanta, dotato di una curiosità insaziabile, egli si è trovato nelle situazioni più rischiose per realizzare reportages di guerra e documentare il disagio sociale.

Fotografia di Bruneau
Fotografia di Bruneau

Artista eclettico, musicista, ballerino, attore, ha conosciuto e ritratto personaggi celebri in tutto il mondo. Vive tra l’America, la Francia e l’Italia dove ha realizzato la fotografia di Paolina Borghese del Canova avvolta in veli rossi. E’da questo scatto che prende le mosse l’idea di fotografare in modo analogo i Bronzi. Ma poi la fantasia di Bruneau, in corso d’opera, gli suggerisce una provocazione: travestire le sculture da drag queen. Il suo intento, spiega, è quello di sensibilizzare il pubblico, in un territorio che egli percepisce come omofobo ( si veda in proposito l’intervista rilasciata a Mario Meliadò http://mariomeliado.wordpress.com/).

E’ Bruneau che spiega: I Bronzi sono molto belli, rappresentano un’idea di bellezza classica e sono anche loro una icona gay. Io sono molto attento ai diritti civili e per la causa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E’ venuta così l’idea di trasformarli in spose moderne” (tratto da http://ildispaccio.it/primo-piano/51894-parla-gerald-bruneau-con-boa-e-tanga-bronzi-strappati-a-ergastolo-museale)

L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’operazione nata in origine per promuove la Calabria, sfuggita, pare, al controllo della Soprintendenza locale, ha fatto il giro del mondo e diviso i cittadini di Reggio Calabria tra innocentisti e fortemente indignati, i più.

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica, ma proprio in questi giorni sono ospite di questa magnifica terra, ho fatto visita al museo nel suo nuovo allestimento e sento il bisogno, come storico dell’arte, di un approfondimento del tema.

"La Gioconda che fuma la pipa" di Bataille
“La Gioconda che fuma la pipa” di Bataille

Bisogna riandare col pensiero al 1883 quando Eugène Bataille realizzò “Monna Lisa che fuma la pipa”: sarà a quest’opera che si ispirò nel 1919 un altro artista francese, il dadaista Marcel Duchamp per il suo ready-made “L.H.O.O.Q”, titolo-gioco di parole che pronunciato in francese dà origine a Elle a chaud au cul ( lei ha caldo al culo, lei è eccitata ). In questo caso la Gioconda, protagonista del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, con baffi e pizzetto, rappresenta una dissacrazione nei confronti di un’icona dell’arte: con la sua operazione l’artista vuole spogliarla di quell’aura di sacralità che la caratterizza da sempre.

La Gioconda di Duchamp
La Gioconda di Duchamp

 

Come vedete, gli antecedenti illustri non mancano!Compito dell’arte è sempre stato e sempre sarà stimolare l’attenzione e le emozioni di chi la guarda.

Per questo vi invito ad esprimere, in questo spazio, le impressioni, le riflessioni e i sentimenti che suscitano in voi le fotografie dei Bronzi realizzate da  Gerald Bruneau!

Mara Pasetti

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Mantova, palcoscenico d’artista

Istallazione in Piazza Sordello nel Giorno della Memoria
Istallazione in Piazza Sordello nel Giorno della Memoria

 

Conversazione con Claudia Moretti

È una giornata uggiosa, in questa primavera che pare non cominciare mai.

Claudia Moretti, poliedrica artista mantovana, mi riceve con calore e, prima ancora dell’abbraccio, glielo leggo negli occhi che è contenta di vedermi: gli occhi di Claudia sanno sorridere.

Mi pare tu stia vivendo un periodo di lavoro molto intenso: In transito sul tema del viaggio a Palazzo Costa nel settembre 2012 e in gennaio 2013 Thisage a Venezia.

A Palazzo Costa mi sono vestita con un abito bianco, dipinto dieci minuti prima della mia performance che ho intitolato La sposa e la sua ombra. Era bellissimo. Franco Piavoli ha realizzato un video di questo evento che ha portato a Mantova artisti da tutta Europa.

Ora cosa stai preparando?

Dentro di me vive un mondo ricchissimo di emozioni, specie in questo periodo della mia vita, che mi portano a esplosioni di emotività. Ogni giorno raccolgo la mia vita attraverso le mie opere.

L’ultimo lavoro, Thisage, sarà riproposto a Palazzo Massarani nell’ambito di Mantova Creativa.

Mi piacerebbe lavorare, in una prossima mostra, con una fotografa sul tema che più mi appassiona ora:  quello della scrittura. Attraverso Anna Maria ho riscoperto il fascino degli scritti antichi e tuttavia la mia non è una scrittura: io dipingo parole. La scrittura si sta disgregando e ci toglie le sicurezze cui eravamo abituati. Nel mio lavoro la parola scritta si rompe e cade a terra.

Ricordo le strisce esposte lungo il Rio…

Nel 2006 avevo realizzato lunghissime scritte inventate, adesso invece mi sono posta il problema di un mondo che cambia in modo velocissimo, spesso violento. Anche la scrittura subisce questo cambiamento, non è più discorso o narrazione, ma diventa un nodo gordiano che precipita sempre più in basso.

L’artista interpreta i tempi.

Claudia Moretti
Claudia Moretti

Il mio lavoro presenta alcune stratificazioni che sono frutto dei miei interessi, della mia ricerca.

A lungo, dopo gli studi artistici e il DAMS a Bologna, mi sono occupata di insegnamento poiché ancora più forte della necessità di percepire sento quella di trasmettere. Per 14 anni ho proposto ai ragazzi la teatralizzazione di artisti come Dubuffet e Mirò, poi ho voltato pagina.

Per un lungo periodo ho preparato con i ragazzi delle scuole decine di performances ambientate a Mantova. In questi lavori collettivi io non sono presente per scelta, ma sono una di loro poiché ogni tessera è importante per la buona riuscita di un lavoro. Questo è il messaggio che voglio trasmettere ai ragazzi.

Parlami di queste performances collettive.

C’è sempre una teatralizzazione, grande organizzazione e il coinvolgimento degli insegnanti attraverso una formazione mirata, nei lavori che propongo.

A Lunetta abbiamo preparato insieme “La classe di carta” sul tema della violenza sui bambini mentre per “La giornata dell’acqua” abbiamo organizzato un corteo di 400 bandiere blu realizzate in modo semplice da ognuno di loro per sfilare silenziosamente sullo sfondo della città.

Per la Giornata della Memoria abbiamo usato la scuola come corpo. Ognuno ha costruito le strisce scritte da buttare giù dalle finestre della scuola, contemporaneamente, in un momento preciso. Ricordo l’attenzione dei ragazzi alla sirena che dava il segnale e le lacrime di commozione di Fabio Norsa.

Un’altra volta, per ricordare i martiri dell’Olocausto, sono stati predisposti palloncini neri legati a sassi decorati dai bambini, liberati poi in piazza Sordello in un momento corale e molto toccante.

Per un’altra performance ogni ragazzo ha portato a scuola le proprie scarpe, simbolo del proprio cammino. Immerse nel gesso e lasciate asciugare, sono state esposte, a due a due, nella stessa piazza.

Ti sei particolarmente legata alla scuola dedicata a Luisa Levi.

La sua vicenda mi ha molto colpita e ho dedicato alcuni anni a diffondere il suo ricordo: teatralizzando, realizzando un video (con Claudio Compagni), creando un movimento di interesse all’interno delle classi e poi esportandolo all’esterno, coinvolgendo la città.

( Il 6 giugno è stata intitolata a Claudia l’aula di questa scuola in cui ha insegnato per 13 anni. n.d.r.)

In questi lavori mi sono sempre tenuta fuori, non protagonista, ma attrice tra gli attori, gli studenti appunto. Mi sono dedicata con passione all’insegnamento anche in località dove nessuno voleva andare…

Sì era una scuola dove potevi incontrare ragazzi molto difficili, dei veri “guerrieri”. In ogni caso mi sono sempre trovata a mio agio a lavorare coi bambini perché sono pasta creativa. Con loro ho creato lavori bellissimi, molto coinvolgenti e ancora incontro miei ex allievi che rivedo con affetto, ricambiato credo. Se penso all’importanza che hanno avuto per me alcuni insegnanti, sono fiduciosa che qualcuno di loro voglia intraprendere questo stesso cammino.

Interessante, parlami della tua esperienza come allieva.

Sono arrivata a Mantova dal basso mantovano a 11 anni. Ero una bambina molto vivace, cresciuta senza fratelli, a contatto con la natura e gli animali. Avevo libertà e tempo per fantasticare. Abituarmi a stare composta e al chiuso all’inizio si rivelò molto frustrante: cercavo di evadere anche a costo di farmi male. Come la volta che mi lanciai dalla finestra di un’aula al primo piano senza vedere un cavo di ferro teso all’esterno. Il mio amore per l’insegnamento deriva dai professori Nordera prima e Repossi poi. Per me sono stati degli esempi di umanità, passione e ricerca. Ricordo che, per la fretta di arrivare in aula, una volta scivolai e mi feci male. Aurelio Nordera mi prese in braccio e mi portò a casa con la sua auto. E Raffaello difese  un mio lavoro dalle critiche di un’insegnante che…non lo capiva. Ecco, di queste manifestazioni di affetto, competenza e libertà creativa si è nutrita la mia vocazione artistica e di insegnante.

Mi pare di capire che tutto il tuo percorso creativo, dopo un’infanzia solitaria, è stato influenzato dalla relazione.

Che è tuttora importantissima, sempre.

Mi accorgo che Claudia è emozionata. Stiamo così in un silenzio che, ora, mentre scrivo, percepisco come un regalo.

Claudia è morta il 29 di giugno.

Mara Pasetti

 Da un’intervista pubblicata sul n.3/2013 di agosto del bollettino Ca’rte

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Metti un giorno a Ferrara

Mustafa Sabbagh, Burka Moderni

Ferrara  MLB Home Gallery , fino al 4 maggio 2014

Federico Zanzi

Ferrara, www.federicozanzi.it

Matisse, la figura

Ferrara Palazzo dei Diamanti, fino al 15 giugno 2014

 

Una giornata livida di pioggia e vento mi ha trasportata in un mondo di tenebre e luce: la mostra di selezionate fotografie di Mustafa Sabbagh curata da Maria Livia Brunelli.

Celebrato fotografo di moda, tra i più significativi artisti contemporanei, con un pedigree di tutto rispetto, italo-giordano e cittadino del mondo, Sabbagh  dialoga con Matisse che si può ammirare a pochi passi da qui, nella mostra a lui dedicata.  E lo fa a modo suo.

Lui, uno dei più grandi ritrattisti di nudo al pari del maestro francese che ne era ossessionato, sceglie di opporre il nero e il mascheramento al trionfo del colore.

 

lusso con burka
Dittico di Mustafa Sabbagh

A carni femminili morbide e sinuose contrappone petali di fiori taglienti che paiono vivere di una luce propria e manichini umani animati dal fumo dell’onnipresente sigaretta: neri e bellissimi, come intagliati nel fondale nerissimo. Perché anche nel contro-canone estetico che definisce la sua ricerca stilistica, non può rinunciare all’eleganza formale: ragione e istinto producono in lui un’opera di grande impatto, ricca di grazia e verità. Confesso che la successiva visita a Matisse mi ha procurato un’emozione…decisiva! Pur trovando analogie tra i due artisti nella predilezione per la figura, il senso plastico e lo studio dei riflessi di luce, la joie de vivre del francese, i suoi colori puri stesi come smalti  mi hanno consegnato la chiave per entrare nel mondo di tenebra necessario a Sabbagh. E a Zanzi, un altro artista accostato in questa giornata ferrarese dove le suggestioni non parevano finire mai.

 

Ragazza incinta di Federico Zorzi
Ragazza incinta di Federico Zanzi

Anche Federico Zanzi predilige la figura, in cui ognuno di noi può riconoscersi. In questo esprime il bisogno di relazione. Anche quando toglie ai volti connotazioni realistiche per conservarne lui solo il segreto. In questo suo “disfare i volti” si colloca estremamente vicino al sentire di Sabbagh e si pone in relazione a Matisse con cui condivide il percorso di scultore.

Si va qui all’essenza delle cose, al ciclo della vita che ci impone una continua rinascita. Ecco allora  che la figura femminile evocata dalla lingerie, dagli infiniti studi del corpo di modelle o dalla presenza costante della madre è ineludibile per questi artisti. Pur con significati diversi.

 

Ragazze in giardino
Ragazze in giardino di Henri Matisse

Così una giornata qualunque si è trasformata in ammirazione per nessi interessanti quanto imprevisti e in suggestioni che spero incuriosiscano chi mi legge portandolo a ripercorrere i miei passi ferraresi.

  Mara Pasetti

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Nobiltà dell’abito, nobiltà dell’autrice

Principessa Bibesco

NOBILTA’ DELL’ABITO

Sellerio editore Palermo, 2005

 

copertina libro
copertina libro

Un vero gioiellino questo piccolo libro!

Ho scoperto casualmente questa autrice, Marthe Bibesco (1888-1973), principessa rumena trasferitasi a Parigi dove scrisse per Vogue nel 1927 i diciotto ritratti di persone che si muovevano, a vario titolo, nel mondo della moda d’allora.

Di lei, a ragione, Proust scrisse “Principessa siete una scrittrice perfetta, in voi convivono tanti artisti riuniti: uno scrittore, un profumiere,un decoratore, un musicista,uno scultore, un poeta”. Dalle pagine di questa raccolta di articoli escono personaggi più o meno famosi, ma tutti ugualmente tratteggiati con acutezza psicologica, ironia e perizia descrittiva: dalla modista alla grande stilista, dalla signora che sfoggia un gusto sicuro a quella che usa la moda per tenere legato a sé un marito annoiato. E sempre in una prosa elegante, ritratto di un’epoca che mi fa desiderare di leggere altri libri della sua vasta produzione, Il pappagallo verde, Gli otto paradisi, Al ballo con Marcel Proust…                   

 Mara Pasetti

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Il ministero della bellezza

Marco Lazzarotto

IL MINISTERO DELLA BELLEZZA

Ed. Indiana,2013

Immagine di copertina
Immagine di copertina

Segnalo questo romanzo del giovane Lazzarotto: una parodia intelligente dell’uso massiccio quanto pericoloso della politica dell’immagine veicolato dai media in questi anni. Scritto con ironia, affronta temi sociologici profondi e poco indagati mettendoci in guardia sul rischio di involuzione che l’invasione dei reality, con la loro tendenza ad elevare personaggi mediocri, subdolamente  insinua nella nostra società.

 Mara Pasetti

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Rovereto, in coda per Antonello da Messina

Il MART di Rovereto
Il MART di Rovereto

Ferdinando Bologna e Federico De Melis, a cura di,

Antonello da Messina

Electa, 2013

copertina del catalogo
copertina del catalogo

Il bel catalogo della mostra organizzata al MART di Rovereto per celebrare il genio pittorico di Antonello Da Messina non delude lo studioso: intrigante la scelta di commentare le opere in catalogo attraverso il dialogo che si svolge tra i dotti curatori. Una festa per lo storico dell’arte! Questo genere letterario, che ha origine nell’antica Grecia e si diffonde soprattutto per merito di Platone, si propone “ la ricerca della verità mediante lo scambio di pareri diversi o anche opposti tra due o più interlocutori”. Ecco, in questo catalogo i pareri non divergono mai, anzi concordano sempre, contribuendo all’armonioso scenario che i due curatori vanno delineando.

E’ straordinario ripercorrere, sull’atlante dell’Europa del XV secolo, i percorsi di Antonello dalla Sicilia a Napoli e poi a Venezia, passando prima nuovamente da Messina e forse da Urbino per assaporare le novità artistiche che si andavano realizzando. E immaginare la tessitura di un ordito, che è la storia dell’arte di quell’epoca, i cui fili corrispondono ai percorsi di alcuni giganti dell’arte che si intrecciano attraverso l’Italia, la Francia, le Fiandre, la Spagna del tempo: Piero della Francesca, Jean Fouquet, Jan van Eych, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio…

Sullo sfondo di questo affresco composto di parole, si materializzano altri artisti, comprimari, a volte personaggi “minori” come può esserlo uno zircone a un diamante: indispensabili tuttavia nell’opera di approfondimento dei maestri, a volte preziosi nel tramandarne i capolavori  attraverso copie che sono arrivate fortunatamente fino a noi, a differenza degli originali!

Questo dialogo tra i curatori che ha valorizzato la mostra come una cornice, mette in luce, attraverso studi decennali, il panorama artistico e culturale in cui si muoveva Antonello da Messina.

Una mostra bellissima:  sia nell’allestimento che negli apparati critici. Tuttavia i  testi del catalogo, a mio parere, scontano l’impossibilità di raggiungere il grande pubblico che spesso non possiede gli strumenti filologici necessari per una vera comprensione. Fortunatamente questi dipinti parlano un linguaggio universale!

 Mara Pasetti

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Visage du role

Italo Zannier, a cura di,

Visage du role. Fotografia e fisiognomica dalla collezione Getty Images,

Federico Motta Editore,1999

immagine di copertina
immagine di copertina

Il catalogo raccoglie una selezione di fotografie di grandi autori come Nadar, Rejlander, Man Ray, Brassai, Weegee, Cecil Beaton, così come di anonimi, della collezione Getty Images: una delle maggiori collezioni private di foto storiche al mondo. Esposte al Palazzo Reale di Milano, queste immagini furono il completamento ideale della mostra “L’Anima e il Volto”, focalizzando l’attenzione sul corpo e sul volto delle persone ritratte in un arco temporale che va dalla metà del XIX secolo alla fine del XX. Ne emerge una serie di ricerche estremamente interessanti sia dal punto di vista tecnico che da quello espressivo e di indagine psicologica. Italo Zannier, nel testo introduttivo, spiega le scelte e il criterio espositivo che fornisce elementi per un interessante approfondimento della storia della fotografia al servizio, per esempio, della scienza. E’ il caso del fotografo di origine svedese Oscar Gustav Rejlander che collaborò con Charles Darwin nell’illustrazione in collotipia del saggio “The Expression of the Emotions in Man and Animals” del 1872. Personalmente ho trovato la lettura molto istruttiva e affascinanti le indagini psicologiche che poco hanno da invidiare ai ritratti dei grandi pittori rinascimentali. E , anzi, spesso traspare in questi fotografi, oltre alla sensibilità, una robusta preparazione maturata sulle opere d’arte dei maestri del passato.

 Mara Pasetti

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Dipingere come seminare

 

 

foto Sermidi (1) copiafoto Mara Pasetti

 

Intervista al pittore Sergio Sermidi

Quando arrivo la luce del tardo pomeriggio sfuma i verdi della campagna: lo studio del pittore si affaccia sul cortile di una scuola e mi accoglie con un piccolo ambiente stipato di tele. Guidata dalla voce dell’artista, proseguo attraverso stanze sempre più ampie, dominate dai dipinti, sparsi dappertutto. Nell’aria c’è un forte sentore di trementina perché Sergio Sermidi i colori preferisce farseli da sé. Mi guardo intorno e mi siedo sull’unica poltroncina rossa che indovino messa lì per me.

Qual è il momento del giorno in cui preferisci dipingere?

Sul fare del mezzogiorno di un giorno sereno, quando realizzi che la luce non può tradirti. Hai davanti 4 o 5 ore che sono le più importanti per iniziare l’esperienza e proseguirla nel tempo. Anche se in quel tempo non riesco a concludere l’esperienza pittorica, ho senz’altro l’abbrivio determinante: è come avere il vento in poppa.

Per apprezzare un’opera d’arte quanto credi influisca la preparazione e quanto la sensibilità?

Il fruitore magari non ha il sapere del critico d’arte, ma può possedere un istinto che gli permette di accostare l’opera con la stessa passionalità dell’artista che l’ha realizzata. Invece se lo costringi ad un approccio da specialista lo metti in difficoltà.

La tua è una pittura astratta: perché dipingi comunque su tela?

Tutti i miei strumenti appartengono alla tradizione e la tela mi costringe a operare in un campo bidimensionale. Per la mia pittura in passato si è usato il termine riversare: come il contadino, arando, riversa la terra nel solco, incide il campo e sparge il seme, il mio fare è simile al suo seminare per avere un raccolto. Nella metafora la tela è il campo, il fare è il solco, il vomere il pennello e il colore il seme. Non potrei dipingere su una tavola di legno, troppo rigida: non assorbirebbe i miei colori come la tela.

Come iniziò la tua esperienza artistica?

Alla metà degli anni ’50 nelle grandi esperienze internazionali dell’espressionismo americano o dell’informale europeo, la materia era considerata elemento che strutturava la forma: il fatto che mi sia formato allora mi ha posto sempre in relazione con la materia. Dopo tre anni passati all’Accademia di Brera avevo dei dubbi nella scelta tra pittura e scultura: fu determinante l’antipatia per gli insegnanti scultori. Sono stati i sentimenti a guidarmi.

Nella tua pittura il colore ha un ruolo determinante…

Per me il colore è pura emozione e mistero. Il contatto quotidiano col colore non finisce mai di entusiasmarmi.

Mai andato in crisi col colore, dunque?

Mai. Anche se negli anni ’70 ho cominciato a fare quadri apparentemente neri. In realtà erano ombre molto intense che realizzavo sovrapponendo colori puri. Chi veniva a trovarmi non mi capiva, si preoccupava per la mia salute mentale, ma ho continuato a dipingere quadri neri per due anni: le tue esperienze devono essere solo tue. Io poi, che sono un anarchico di natura, mi opponevo sempre alle tendenze, seguivo un percorso tutto mio. Si potrebbe dire che avevo un atteggiamento presuntuoso, ma questo dev’essere presente in un artista!

La gestualità ti porta a produrre un certo tipo di segno…

E’ importante trasferire l’emozione che provo nel gesto che lascia un segno. E poi bisogna tener conto delle atmosfere temporali. Vedi quei quadri lì? Ho cominciato a realizzarli quando qui fuori c’era il Mincio che minacciava la piena. Qualche tempo dopo mi sono reso conto che avevo dipinto l’acqua: il rosso esprimeva l’acqua che esondava nei campi.

Perché il rosso al posto del verde?

Certi verdi hanno la stessa lunghezza d’onda del rosso: questi due colori, tra loro polari, hanno la stessa compattezza. Il rosso, se lo guardi, non è un colore che arretra, e tende a solidificare il supporto su cui è steso. Uso i colori per curiosità: il monocromo mi annoia.

Come la vita sedentaria?

Io amo il viaggio: sia interiore che fisico. Sono spesso suggestionato da emozioni nate nel viaggio e le riporto sulle tele. Quando fai un’esperienza nuova tutto ciò che sperimenti diventa tuo, entri nelle cose come il vomere nella terra! Dieci anni fa, le prime volte che venivo in questo studio da Mantova, i 10 km diventavano spesso 20 o 30: mi ritrovavo disperso per la campagna, senza preoccuparmene. Non m’interessava arrivare, ma arrivare in un certo modo. Sentivo il bisogno di perdermi, forse perché ho la convinzione di non avere nessuna convinzione. E questa mancanza di certezze è la prima condizione per andare avanti.

Mi rendo conto che anche questa chiacchierata è un viaggio e che è Sergio Sermidi alla guida. Si alza d’impulso. Poi torna a sedersi.L’intervista è finita.

 Mara Pasetti          Tratto da Ca’rte, 28 maggio 2010

Sergio Sermidi sarà ricordato in tre mostre che inaugureranno a Mantova il 28 settembre 2013

alla Casa del Mantegna, S.Maria della Vittoria, Home Gallery 1 Stile

sergio sermidi locandina copia

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Anima Zingara

  Anima zingara sottintende una natura curiosa e Beatrice Pastorio è certamente curiosa: di sperimentare nuovi effetti cromatici, nuovi supporti impalpabili e preziosi come sete bizantine o arazzi d’Oriente. In un significativo percorso simbolico a ritroso di genti un tempo nomadi e provenienti dall’ India. L’oro e l’argento stesi a velature leggere paiono attraversare le organze annullando l’idea di un rovescio che non si percepisce.

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Anima zingara è guardare attraverso per catalizzare la buona sorte e racchiuderla nella trama dell’ordito. Carte sottili e veli che idealmente danzano sostenuti da una libertà interiore che non ha bisogno di essere esibita perché l’Anima zingara, nella sua essenza più autentica, basta a se stessa, rifiuta gabbie e ricchezze. “ Bella signora ti regalo un sogno per un soldino”: queste parole antiche accompagnano un gesto di grande valore, troppo spesso scambiato dal pregiudizio solo per opportunismo, poiché il sogno ha un valore inestimabile.

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L’Anima zingara porta con sé un bagaglio leggero, non ne teme la perdita e Beatrice Pastorio sfida se stessa nel trasformare queste emozioni in arte, proponendo una mostra che parla soprattutto di donne, ma anche del lato femminile che si manifesta in ognuno di noi attraverso l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza, la cura. In  Anima Zingara si esprime con la totale libertà nell’uso del colore, della linea, del gesto, del segno. Vermiglione, magenta, arancione, giallo e oro si tramutano sulla carta e sulla tela in energie positive. Miscugli di polveri, inchiostri e grafite, chiazze magiche di sfumature. Pura essenza di uno spirito libero.    

 Mara Pasetti

 

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