Il giardino incantato di Wei Wei a Palazzo Te: come nasce il titolo di una mostra.

di Mara Pasetti

I cavallini di Wei Wei
I cavallini di Wei Wei

Sandro Orlandi Stagl, curatore con Mian Bu della mostra, ci ha spiegato, stasera all’inaugurazione, come ha conosciuto l’artista cinese, come sia nata in lui l’idea di questa rassegna e come sia riuscito a persuadere Wei Wei a realizzare una serie di opere da collocare a Palazzo Te. All’inizio l’artista era un poco scontroso, diffidente, ma poi due argomenti lo hanno convinto: mettersi in relazione con l’arte rinascimentale italiana in uno dei suoi templi più famosi e ammirati nel mondo e l’amore condiviso con Orlandi Stagl per i gatti.

Per Palazzo Te l’artista, perseguitato, come prima di lui il padre famoso poeta, dalle autorità cinesi, ha scelto di manifestare il suo dissenso in modo sottile. In un gioco di rimandi simbolici accosta ai cavalli gonzagheschi ritratti nella famosa sala a loro dedicata, 91 cavallini messi in fila per sette, dipinti in diverse tonalità di vernice , riproducendo vecchie ceramiche Tag Saicai. Come un esercito che fa il verso a quello famoso di terracotta del terzo secolo a.C. posto nei pressi della tomba del primo imperatore Qin Shi Huang che vanta, oltre alle centinaia di guerrieri, ben 100 cavalli.

Wei Wei nella Sala dei Giganti
Wei Wei nella Sala dei Giganti

Anche l’altra installazione, ospitata nella Sala dei Giganti, dialoga a distanza di secoli, con l’artificio scenografico ideato dal Pippi: sono splendide travi antiche intagliate, recuperate a un degrado certo, ma verniciate metallizzate a riportarci subito nella contemporaneità. Si spiega così il titolo Il giardino incantato, citazione dal famoso racconto di Italo Calvino: non tutto ciò che pare splendido in realtà lo è.

Ad affiancare le opere del maestro vedrete quelle di Meng Huang e Li Zhanyangdei , due artisti che da anni collaborano con lui. Il percorso occupa tre lati di Palazzo Te e se volete gustare pienamente la mostra, aperta fino al 6 giugno,vi consiglio di seguire alla lettera il titolo della mostra e di tornare bambini come Giovannino e Serenella: sarà molto più facile leggere le didascalie!

Installazione di Li Zhanyangdei
Installazione di Li Zhanyangdei

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MeglioMantova, una storia d’amore

Meglio Mantova nasce dall’amore.

Logo
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La primavera di quest’anno volgeva all’estate e sei persone riunite attorno a un tavolo dell’Aquila Nigra ricordavano come un po’ di anni fa confluissero a Mantova moltissime persone dalle città vicine per le “vasche” del sabato pomeriggio. Verona, Brescia, Cremona e anche Milano inviavano delegazioni di cittadini entusiasti dell’atmosfera elegante che si respirava qui. E dopo lo shopping e la visita ai musei si riempivano ristoranti e trattorie, richiamo di una cucina che offriva certezza di qualità.

Da questa nostalgia per un passato brillante e dalla voglia di “ riportare” Mantova in Lombardia grazie all’Esposizione Universale del 2015, prendeva forma l’idea di riunire in un Comitato alcune categorie commerciali da sempre vocate al turismo: arte, artigianato, cucina, moda, ospitalità, vino e cibo. Riunione dopo riunione, idea dopo idea, in sei mesi nasceva, il 19 dicembre, MeglioMantova.

La presentazione di MeglioMantova (credit Foto 2000 di Barlera)
La presentazione di MeglioMantova (credit Foto 2000 di Barlera)

Oggi, ventotto aziende e le persone che le compongono, condividono  un ideale: riaccendere le vetrine del centro storico e vedere gente nuova a passeggio per le strade di una delle città più belle d’Italia, a volerci limitare. Rianimare un territorio non sarà impresa facile né breve, ma, si sa, l’unione fa la forza e l’entusiasmo determina una spinta fortissima. Perché noi ci crediamo e vogliamo investire in questo sogno una moneta immateriale: la forza delle nostre competenze e dell’amicizia che ci lega!

Un primo segnale è venuto dal progetto Mercanti per Mantova dal XII secolo ad oggi, raccolta fondi promossa dal Comitato in sinergia con altre sensibili realtà associative mantovane, per permettere all’Archivio di Stato di Mantova di acquisire cinque preziose lettere mercantili rinvenute integre nell’intercapedine di un muro nel cuore medioevale della città.

Altri progetti verranno, scavalcando vecchie logiche provinciali di chiusura, puntando sempre all’eccellenza, alla correttezza ed aprendo le braccia a chi, come noi, crede che ci sia un patrimonio di bellezza artistica e paesaggistica, tradizione di ospitalità e cucina da mostrare con orgoglio al mondo: Meglio Mantova appunto!

www.megliomantova.com

 

 

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Bene o male purchè se ne parli : i Bronzi di Riace nell’interpretazione di Gerald Bruneau

 ” There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about ” ( attr. a Oscar Wilde)  
L'atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia
L’atrio del Museo Nazionale della Magna Grecia

Fin dal 1882 il soprintendente Paolo Orsi intendeva riunire in un unico Museo Civico i reperti archeologici frutto delle campagne di scavo che aveva diretto in Calabria. A questo scopo, in epoca fascista, il celebre architetto Marcello Piacentini realizzò uno dei primi musei italiani interamente dedicati all’esposizione, progettandone gli arredi e curando particolarmente le sezioni museali, scandendo il percorso con porte a vetri imponenti. Da allora il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria ha subito varie trasformazioni anche per accogliere, dopo il loro rinvenimento nel 1972, i suoi reperti più famosi: i Bronzi di Riace.

La sala che ospita i Bronzi
La sala che ospita i Bronzi

La sala che ospita i Bronzi ( cui si accede dopo una sosta di qualche minuto in una stanza di “filtraggio”) è climatizzata per evitare fenomeni di corrosione e le statue sono ancorate a basi antisismiche. I Bronzi furono scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, appassionato subacqueo, a 200 m. dalla costa di Riace Marina e a 8 m. di profondità. Gli studi del fondale marino che seguirono la scoperta ipotizzarono che, a causa di un naufragio, le pesanti statue fossero colate a picco. Oppure che fossero state scaricate dalla nave volontariamente per salvarla durante una tempesta.

Le due statue bronzee misurano circa due metri ciascuna e, in origine, portavano scudo, elmo di tipo corinzio e lancia da oplita.  Una lavorazione straordinaria evidenzia i riccioli di barbe e capelli e le vene di mani e piedi in rilievo. Gli occhi, realizzati in un caso in avorio e pietre preziose (perdute), nell’altro in marmo, presentano ciglia in lamina bronzea. La statua A ha labbra in rame e cinque denti superiori modellati in lamina d’argento. Entrambe le sculture poi hanno i capezzoli, lavorati a parte ed applicati tramite battitura a martello, di colore rosa perché realizzati in una particolare lega di stagno.

La statua A portava in origine un elmo corinzio, collocato in posizione rialzata sulla fronte  affinché si vedesse il volto, altrimenti coperto. L’effetto realistico dei capelli, fusi uno ad uno, che si intravedevano da sotto l’elmo doveva in effetti essere notevole. Il bronzo B aveva tra la testa e l’elmo una specie di cuffia di cuoio, la cosiddetta kynê: il segno che contraddistingueva lo stratega, il comandante di un’armata.

La statua B
La statua B

L’interesse suscitato dal loro ritrovamento le ha rese due icone che hanno suscitato l’interesse di studiosi di fama internazionale. Tuttavia ad oggi nessuna certezza è stata raggiunta circa il periodo preciso in cui sono state realizzate, l’autore ( sono stati attribuiti a Fidia, Policleto, Pitagora di Reggio…) e l’ area geografica di provenienza. Possiamo ipotizzare che si tratti di eroi divinizzati, che siano stati fusi nel bronzo intorno al v sec a. C. (prima il bronzo A e qualche decennio dopo il bronzo B) in Grecia o Magna Grecia e che, all’epoca del naufragio in mare, avessero già subito restauri di epoca romana. Opere pregevolissime, anche considerando la preziosità del bronzo, che impegnarono nella loro realizzazione un artista per un anno e più. I piedestalli, i tenoni in piombo alla base dei piedi con cui sono state rinvenute, indicano che in origine erano fissate su basamenti ed dunque erano esposte al pubblico.

La statua A
La statua A

Proprio analizzando la terra estratta dai fori sotto i piedi si è scoperto che una proveniva da Atene, l’altra dalla pianura di Argo e che le sculture furono realizzate con la fusione diretta, un metodo rischioso poiché non consentiva ripensamenti.

Un’ipotesi molto suggestiva vuole che le statue rappresentino due eroi protagonisti della mitica spedizione della città di Argo contro Tebe: Tideo e Anfiarao. Certo, nella loro nudità eroica, mostrano uno un atteggiamento del volto più “aggressivo”, l’altro più emotivo. Volutamente somiglianti tra loro, sembrano perciò appartenere ad un unico gruppo scultoreo.

Ultimamente si sta parlando molto dei Bronzi di Riace. Lo ha fatto Vittorio Sgarbi, auspicando che vengano trasferiti a Milano per l’Expo 2015 e non si placano le polemiche sugli scatti audaci realizzati al museo qualche mese fa dal celebre fotografo francese Gerald Bruneau e ora resi noti da Dagospia.com. Celebre ed eclettico artista, cresciuto alla Factory di Andy Warhol negli anni Sessanta, dotato di una curiosità insaziabile, egli si è trovato nelle situazioni più rischiose per realizzare reportages di guerra e documentare il disagio sociale.

Fotografia di Bruneau
Fotografia di Bruneau

Artista eclettico, musicista, ballerino, attore, ha conosciuto e ritratto personaggi celebri in tutto il mondo. Vive tra l’America, la Francia e l’Italia dove ha realizzato la fotografia di Paolina Borghese del Canova avvolta in veli rossi. E’da questo scatto che prende le mosse l’idea di fotografare in modo analogo i Bronzi. Ma poi la fantasia di Bruneau, in corso d’opera, gli suggerisce una provocazione: travestire le sculture da drag queen. Il suo intento, spiega, è quello di sensibilizzare il pubblico, in un territorio che egli percepisce come omofobo ( si veda in proposito l’intervista rilasciata a Mario Meliadò http://mariomeliado.wordpress.com/).

E’ Bruneau che spiega: I Bronzi sono molto belli, rappresentano un’idea di bellezza classica e sono anche loro una icona gay. Io sono molto attento ai diritti civili e per la causa dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E’ venuta così l’idea di trasformarli in spose moderne” (tratto da http://ildispaccio.it/primo-piano/51894-parla-gerald-bruneau-con-boa-e-tanga-bronzi-strappati-a-ergastolo-museale)

L’esito è sotto gli occhi di tutti: l’operazione nata in origine per promuove la Calabria, sfuggita, pare, al controllo della Soprintendenza locale, ha fatto il giro del mondo e diviso i cittadini di Reggio Calabria tra innocentisti e fortemente indignati, i più.

Lungi da me l’intento di alimentare la polemica, ma proprio in questi giorni sono ospite di questa magnifica terra, ho fatto visita al museo nel suo nuovo allestimento e sento il bisogno, come storico dell’arte, di un approfondimento del tema.

"La Gioconda che fuma la pipa" di Bataille
“La Gioconda che fuma la pipa” di Bataille

Bisogna riandare col pensiero al 1883 quando Eugène Bataille realizzò “Monna Lisa che fuma la pipa”: sarà a quest’opera che si ispirò nel 1919 un altro artista francese, il dadaista Marcel Duchamp per il suo ready-made “L.H.O.O.Q”, titolo-gioco di parole che pronunciato in francese dà origine a Elle a chaud au cul ( lei ha caldo al culo, lei è eccitata ). In questo caso la Gioconda, protagonista del celebre dipinto di Leonardo da Vinci, con baffi e pizzetto, rappresenta una dissacrazione nei confronti di un’icona dell’arte: con la sua operazione l’artista vuole spogliarla di quell’aura di sacralità che la caratterizza da sempre.

La Gioconda di Duchamp
La Gioconda di Duchamp

 

Come vedete, gli antecedenti illustri non mancano!Compito dell’arte è sempre stato e sempre sarà stimolare l’attenzione e le emozioni di chi la guarda.

Per questo vi invito ad esprimere, in questo spazio, le impressioni, le riflessioni e i sentimenti che suscitano in voi le fotografie dei Bronzi realizzate da  Gerald Bruneau!

Mara Pasetti

http://www.1stile.com

 

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Metti un giorno a Ferrara

Mustafa Sabbagh, Burka Moderni

Ferrara  MLB Home Gallery , fino al 4 maggio 2014

Federico Zanzi

Ferrara, www.federicozanzi.it

Matisse, la figura

Ferrara Palazzo dei Diamanti, fino al 15 giugno 2014

 

Una giornata livida di pioggia e vento mi ha trasportata in un mondo di tenebre e luce: la mostra di selezionate fotografie di Mustafa Sabbagh curata da Maria Livia Brunelli.

Celebrato fotografo di moda, tra i più significativi artisti contemporanei, con un pedigree di tutto rispetto, italo-giordano e cittadino del mondo, Sabbagh  dialoga con Matisse che si può ammirare a pochi passi da qui, nella mostra a lui dedicata.  E lo fa a modo suo.

Lui, uno dei più grandi ritrattisti di nudo al pari del maestro francese che ne era ossessionato, sceglie di opporre il nero e il mascheramento al trionfo del colore.

 

lusso con burka
Dittico di Mustafa Sabbagh

A carni femminili morbide e sinuose contrappone petali di fiori taglienti che paiono vivere di una luce propria e manichini umani animati dal fumo dell’onnipresente sigaretta: neri e bellissimi, come intagliati nel fondale nerissimo. Perché anche nel contro-canone estetico che definisce la sua ricerca stilistica, non può rinunciare all’eleganza formale: ragione e istinto producono in lui un’opera di grande impatto, ricca di grazia e verità. Confesso che la successiva visita a Matisse mi ha procurato un’emozione…decisiva! Pur trovando analogie tra i due artisti nella predilezione per la figura, il senso plastico e lo studio dei riflessi di luce, la joie de vivre del francese, i suoi colori puri stesi come smalti  mi hanno consegnato la chiave per entrare nel mondo di tenebra necessario a Sabbagh. E a Zanzi, un altro artista accostato in questa giornata ferrarese dove le suggestioni non parevano finire mai.

 

Ragazza incinta di Federico Zorzi
Ragazza incinta di Federico Zanzi

Anche Federico Zanzi predilige la figura, in cui ognuno di noi può riconoscersi. In questo esprime il bisogno di relazione. Anche quando toglie ai volti connotazioni realistiche per conservarne lui solo il segreto. In questo suo “disfare i volti” si colloca estremamente vicino al sentire di Sabbagh e si pone in relazione a Matisse con cui condivide il percorso di scultore.

Si va qui all’essenza delle cose, al ciclo della vita che ci impone una continua rinascita. Ecco allora  che la figura femminile evocata dalla lingerie, dagli infiniti studi del corpo di modelle o dalla presenza costante della madre è ineludibile per questi artisti. Pur con significati diversi.

 

Ragazze in giardino
Ragazze in giardino di Henri Matisse

Così una giornata qualunque si è trasformata in ammirazione per nessi interessanti quanto imprevisti e in suggestioni che spero incuriosiscano chi mi legge portandolo a ripercorrere i miei passi ferraresi.

  Mara Pasetti

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Uomo di parole

 

Roberto Brunelli

PAROLE DIPINTE

Viaggi tra il museo e la biblioteca

Universitas Studiorum, Mantova, 2014

 

Il curatore del Museo Diocesano Francesco Gonzaga di Mantova, Mons. Roberto Brunelli, custodisce dei gioielli artistici in uno scrigno architettonico.

E lo sa. Ne è consapevole per competenza, ma soprattutto per sensibilità.

Con perizia e visione lungimirante, egli da anni dedica passione ed energie ad una cura museale che passa dal restauro agli allestimenti, dall’antico al contemporaneo, senza disdegnare l’ospitalità ad eventi che dimostrano una grande cultura, curiosità e apertura al nuovo. Il museo sotto il suo sguardo attento rinasce.

Non si sa quando abbia trovato il tempo per scriverlo (sospetto che monsignore dorma poco), ma ora esce con la sua firma un bel libro che è difficile classificare poiché, a farci da guida tra i tesori custoditi nel museo, egli prende a prestito pagine notissime o sconosciute ai più, attingendo alla letteratura e alla poesia.

E’ un approccio innovativo, che creerà, ne sono certa, imitatori.

Stimolata da tale creatività, vorrei proporre una lettura del libro attraverso un itinerario alfabetico: si sa che per imparare a leggere e scrivere i bambini associano immagini ad ogni lettera! Un metodo antico e tuttora efficace.

 

guida museale
la copertina del libro

 

Aprono l’itinerario gli stupendi Arazzi francesi che prendono ispirazione dalla Bibbia. Lì vicino si possono ammirare le incantevoli miniature di Belbello da Pavia  per il messale gonzaghesco di Barbara di Brandeburgo ed eccoci alla Commedia di Dante che ha immortalato con un libro miniato in mano Paolo e Francesca prima dell’attimo fatale.

Nelle stanze degli smalti incontriamo un vasto repertorio di personaggi: riconosciamo Ercole nella sua ira e Fetonte nella sua caduta. Per commentare la celebre veduta di Mantova eseguita in un quadro del Fetti, monsignore prende a prestito una splendida, celebre poesia del poeta turco Hikmet: “ Il più bello dei mari…”. E per raccontare la storia della superba statua di San Giorgio dei Delle Masegne viene rispolverata dall’oblio la Legenda Aurea di Iacopo da Varazze…

 

Così per ogni lettera ho trovato almeno un artista, un poeta o uno scrittore. Fino alla Z: per l’ultima lettera vi sfido a scovarlo, io non ci sono riuscita! L’ho letto come un segno positivo: questo museo e il suo curatore hanno ancora tanto da raccontarci.

 Mara Pasetti

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